Turchia, cultura e società

Come tutti

in Racconto/Scritture

Un racconto di Behçet Çelik

D’altronde non è che mangi un granché, ho sparecchiato del tutto. Per pranzo non vado a casa, in ufficio guardo il paese dalla finestra della stanza che lo stato mi ha assegnato fumando sigarette e bevendo tè. Ogni volta che guardo quell’unico verde, l’albero nel giardino del liceo, i rari motorini che passano di tanto in tanto, le case di un solo piano tutte dipinte di giallo come se non bastasse il giallo della natura e del sole, mi viene in mente il giardino della facoltà. Tra centinaia di volti disinteressati alle lezioni, che bevono tè, discutono, parlano basso basso delle risse nell’associazione, che leggono libri, giornali, opuscoli, si baciano, si fondono tra loro, se ne staglia nettamente uno. Una ragazzina piccola e minuta di cui da giorni non riesco a ricordare il nome, “Mi chiedo” dice, “dove saremo tra quattro o cinque anni, in che condizioni saremo?”
Ricordo che ha fatto questa domanda diverse volte. Dovevamo essere all’ultimo anno. Prima di arrivare all’ultimo anno non si pensa tanto facilmente ai quattro o cinque anni successivi.  Bene, io non ci pensavo neanche allora. Lo avessi fatto cosa sarebbe successo? Avrei potuto cambiare qualcosa?
Ma oggi, dopo che quei quattro, cinque anni sono passati, mentre guardo questo deserto mi faccio la stessa domanda?
“Dove sarò, in che condizioni sarò tra quattro o cinque anni?” Non ho nessuna risposta. Nessuna aspettativa… Magari, mi dico a volte, magari avessi qualcosa da aspettare. Magari aspettassi l’arrivo di qualcuno, l’avverarsi di qualcosa… Aspettassi anche sapendo che non arriverà, che non succederà.
Eppure, da qualche parte lontano, c’è una donna che a ricordarla mi salva dall’attimo in cui mi trovo, da questo deserto. Non aspetto neppure lei. Quando mi viene a mente mi accendo una sigaretta, tutto lì. Se è notte, se non riesco a prendere sonno, una, due, tre… Poi tossisco. Mia moglie, “Fumane meno”, dice. Mi alzo e vado in salotto.
E ogni volta gli sguardi adombrati di mia moglie. Dopo quegli sguardi le sigarette non si fermano. Bevo qualunque cosa trovi in casa, rakı, birra, gin… La mattina alzarsi dal letto diventa ancora più difficile. Anche se viene mio figlio.
Non serve a un granchè dire “Non ho dormito per niente figlio mio”.
“Potevi dormire”, dice il moccioso.
Alla fine stamani gli ho anche urlato. Quanto ha pianto. Chissà se più avanti si ricorderà di questa mattina come “La prima volta che mio padre mi ha sgridato.”
Quando raccontai a Selo che mia moglie era incinta disse: “Eh, ma perché ci esce un padre da te?”
“Perché no?” gli risposi “Ci uscirà come tutti”.
Sì! “Come tutti.” Anch’io sono un padre che urla e sgrida suo figlio come tutti. Pensare a mio figlio, mi rattrista molto di più che ricordare il giardino dell’università, più che pensare a me stesso mentre guardo il deserto ricordando quei tempi. Anche sua madre è irritabile negli ultimi giorni. Si trattiene a stento per non gridare contro me o contro suo figlio. E lui percepisce immediatamente la tensione. A volte mi dico, se solo non fosse tanto intelligente.
Avrei fatto meglio a non raccontarlo a mia moglie? Impossibile! Non ero tranquillo. Se dopo essere tornato non avessi pensato a lei in ogni momento, se avessi potuto definire “un’avventura” quell’episodio forse non glielo avrei raccontato. Ma adesso non riesco a definirla in nessuno modo. Né amore, né passione, né altro…
Andando a Ankara per occuparmi di un affare di nomine senza alcuna speranza non avevo in mente niente del genere. L’unico pensiero era andare da qualche parte con Selo a sbronzarci. Siamo andati in un posto dove andiamo spesso. Selo ha salutato una giovane donna; mentre parlavano non l’avevo nemmeno guardata, avevo deciso di osservare le altre persone che riempivano il bar. Avevo creduto fosse di quegli amici che non si possono fare a meno di salutare ogni volta che si incontrano ma con cui non ci fosse molto di cui parlare, addirittura quando Selo ha detto “Se vuoi siediti con noi” ero scocciato.
Mentre Selo ci presentava, lei guardandomi negli occhi mi ha fatto una di quelle domande a cui rispondo spesso. Lavoro, casa. Alla risposta “Uno di quei posti dimenticati da dio” mi ha chiesto cosa facessi in uno di quei posti dimenticati da dio… Selo, non so se perché infastidito dal fatto che lei si interessasse a me, mi ha chiesto come stesse mia moglie.
Per qualche ragione mi si è sciolta la lingua. Ho raccontato dell’ultimo anno passato con mia moglie, della nostra assegnazione “in un posto dimenticato da dio”,  di come diventati più soli ci eravamo allontanati l’uno dall’altra. Più io raccontavo più lei faceva domande con immutato interesse. Le domande che faceva, le sue considerazioni su mia moglie venivano da qualche parte di così vicino che per un momento ho pensato che anche lei fosse sposata e con suo marito vivessero una simile solitudine in una cittadina lontana. Quando glielo ho detto ha sorriso dolcemente, “Non sono sposata e abito in quest’insulsa città”.
Il mattino dopo, sorpreso di svegliarmi nel suo stesso letto, le ho chiesto cosa avesse trovato in me.
“Eri spontaneo ieri sera,” ha detto.
Spontaneo. Soprattutto mentre usciti dal bar camminavamo sotto la pioggia, quando l’ho presa per mano accompagnandola sul marciapiede perché non pestasse una pozzanghera lungo la strada, quando l’ho stretta a me. Come qualcuno che conoscevo da un sacco di tempo. A pensarci me ne stupisco.
Selo non ha né sorriso, né si è arrabbiato. Non c’era neppure stupore nel suo sguardo. Se chiamassi Selo? Se scherzassimo, ridessimo, bestemmiassimo, mi calmerei? Non credo, mi assalirebbe pure la nostalgia per Selo. La nostalgia per la donna lontana e i vecchi tempi con mia moglie è abbastanza in effetti.
Quando torna mia moglie con il bimbo bisogna che giochi con lui. Altrimenti mi andrà di nuovo la mano al frigorifero. Mi metterei di nuovo davanti al televisore con rakı e acqua fredda. Comincerei a cercare qualche programma sui canali di musica. C’è una cantante pop che somiglia alla donna lontana, proverei a trovare una delle sue orribile canzoni che a me sembrano straordinarie.
Ogni volta che si tocca l’argomento, è sempre mia moglie a toccarlo d’altronde, mi chiede cosa provi per l’altra.
“Non lo so”, dico. “Che importanza ha? Diciamo passione, o amore. Che ne so… Desiderio, affetto… Che senso ha che dica una cosa o l’altra? Cosa cambia che sia questo o quello?”
“Cambia eccome,” dice piangendo.
“Non parliamone più, dimentichiamolo,” le dico.
“Ma mica dimentichi tu!” dice.
Mi rinfaccia le sigarette notturne, il volume troppo alto dello stereo mentre ascolto certi türkü. Mi arrabbio.
“Non me la prenderò più perché il telefono è sotto controllo, è in casa che mi segue la polizia” dico. La tristezza si trasforma in rabbia. Butto giù d’un colpo qualunque cosa abbia nel bicchiere.
Certe notti siamo ridicoli. Dopo simili litigi anche mia moglie si riempie il bicchiere. Beviamo l’uno di fronte all’altra come due amici, come due fidanzati. Eppure mi piace che mia moglie un tempo incapace di finire una birra beva un bicchiere di rakı dopo l’altro. Mi vengono a mente certi momenti all’università. Quando ci sarebbero così tante cose da dire “Ce ne sono ancora di pistacchi salati?” chiedo.
“Valli a prendere” dice, “sono nello sportello in cucina.”
Mi alzo e li prendo.

 

Trad. G. Ansaldo

 

 

Come tutti è un racconto di Behçet Çelik  pubblicato con il titolo Herkes Kadar nella raccolta omonima (Herkes Kadar, Can, 2011).

© Diritti riservati per la traduzione italiana, Kaleydoskop, 2018 (su concessione dell’autore tramite Anatolia Lit Ajans).

 

 

Behçet Çelik (1968, Adana) Laureato in legge all’Università di Istanbul ha cominciato a pubblicare racconti a 19 anni nella rivista Varlık continuando a scrivere racconti, saggi e traduzioni su diverse riviste letterarie tra cui Notos. Nel 1989 ha vinto il premio di racconti organizzato dalla libreria Akademi Kitabevi, è stato poi insignito del premio per i racconti dedicato a Sait Faik nel 2008 per il libro Gün Ortasında Arzu (Desiderio di mezzo giorno). Nel 2010-2011 ha ricevuto inoltre il premio Haldun Taner. Oltre alle numerose raccolte di racconti ha scritto due romanzi, diversi saggi sulla scrittura tra cui quello pubblicato nel 2016 per İletişim con i colleghi  Barış Bıçakçı e Ayhan Geçgin dal titolo Kurbağalara İnanıyorum (Credo alle rane). Si è dedicato anche alla letteratura per l’infanzia pubblicando due brevi storie per la casa editrice Günışığı Kitaplığı.

 

L’ illustrazione di copertina è di © Domenico Raisen

 

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