Turchia, cultura e società

Farfalle bianche

in Racconto/Scritture

Un racconto di Melisa Kesmez

Uno dei divani nel salotto era stato aperto per me, mia nonna aveva preparato il letto, steso le mie lenzuola preferite, sulla federa c’erano i “barbapapà”. Non mi avevano fatto dormire nel mio letto quel giorno. A quell’ora di notte la televisione era ancora accesa e nessuno era venuto a rimproverarmi dicendo “ma non dormi ancora tu?”
Sul comodino tirato accanto al letto c’era un po’ di pane al cioccolato smangiucchiato e mezzo bicchiere di latte con il nesquik che avevano portato i vicini almanci e che in cucina non riuscivo mai a trovare dove fosse nascosto. C’era senz’altro un motivo per essere soffocata di ricompense in quel modo, tanto viziata così di punto in bianco, e per di più nonostante oggi avessi rotto il barattolo di marmellata di fragole che cercavo di raggiungere arrampicata sul bancone della cucina; c’ero abituata, qualcosa stava andando storto e bisognava nasconderlo ai bambini. Erano cose più importanti di me. Potevo fare tardi a scuola, restare tutto il giorno in classe senza sollevare la testa perché non ero riuscita a addormentarmi la sera prima, potevo tornare a casa sbadigliando con la cartella strascicata per terra senza aver imparato niente, e i denti potevano pure cariarsi a piacimento. Quella notte ai bambini era concessa qualunque dissolutezza. I grandi avevano cose più importanti di me a cui pensare.
Tutti i notabili della famiglia avevano chiuso ben bene la porta, erano ore che parlavano giù nella stanza degli ospiti dove si entrava solo per le feste. Sentivo le loro voci ma non si capiva cosa dicessero. A volte il mormorio si faceva più intenso, poi seguivano silenzi in cui nessuno fiatava. Cercavo di dormire, non ci riuscivo.
Anche se non capivo esattamente cosa stesse succedendo per casa girava qualcosa di sinistro che mi stringeva il cuore. Al mattino la casa sarebbe tornata come prima. Mia nonna avrebbe gironzolato con le pantofole su e giù per la casa con un daffare incessante per tutto il giorno. Mio nonno avrebbe lavato l’auto con la sistola nel giardino di fronte, avrebbe fatto brillare ogni angolo fino a alitare sui cerchioni; mio padre, che non aveva mai digerito di essere genero in casa dei suoceri, a quell’ora sarebbe già uscito da un pezzo senza neppure far colazione dicendo “in negozio c’è molto da fare”. Mia madre mi avrebbe fatto sedere tra le sue ginocchia e mi avrebbe legato i capelli da due lati tanto stretti che sembrava dovessero non sciogliersi più. Al mattino la casa sarebbe stata normale. La tempesta sarebbe cessata.
Mi misi a guardare la televisione. La zia Adile aveva augurato la buonanotte e mandato tutti a letto da tempo. Su TRT c’era un programma dove  uomini in cravatta parlavano di qualcosa che non riuscivo minimamente ad afferrare come a volermi schiaffare in faccia la verità; ero l’unica bambina sveglia in tutto il paese.
Mi tirai le coperte fin sotto il naso e aspettai. Non so cosa. Per quanto penoso a volte attendere è l’unico modo per restare in vita. Quando non guardi scoppiano guerre, persone muoiono, qualcuno piange. Essere bambini voleva dire stare nell’occhio del ciclone. Attendere che cadesse la polvere dietro un vetro invisibile. Voleva dire sentirsi al riparo lontano dal fronte della corruzione, dagli scontri a caldo.
Girandomi e rigirandomi sotto le coperte senza riuscire in alcun modo a prendere sonno sentii la parola farfalla alla televisione. Aguzzai l’orecchio come quando mentre ascolto un’emissione radio in lingua straniera riconosco una parola.
Il presentatore aveva detto “Invasione di farfalle a Istanbul”. Poi “Tra noi un professore dalla facoltà della forestale”.
Professore della foresta? Non sapevo ancora cosa volesse dire facoltà. Ma quello non era importante. Essere bambini voleva dire saltare le cose che non si conoscevano, farsi bastare ciò che si sapeva, scrivere una storia con quel poco che si aveva in mano. Voleva dire costruire strade enormi a partire dalle linee del tappeto con tutte le pantofole che si trovavano in casa ad esempio, realizzare missili spaziali con i cartoni del frigorifero, organizzare finti banchetti per tutta la famiglia cucinando pentole e pentole di pigne, forasacchi e semi di belle di notte. Voleva dire credere che bastasse un pugno di cose per creare il mondo.
D’un tratto mi emozionai. Essendo indecisa da tempo se da grande avrei fatto la maga o la veterinaria, intravedere una terza possibilità all’orizzonte mi mise in agitazione. Così quell’uomo era un professore della foresta… Questo alle mie orecchie suonava persino meglio che la veterinaria. Mi immaginai girare tra gli alberi con un lungo camice bianco mentre misuravo la febbre agli scoiattoli, facevo il vaccino agli elefanti, chiedevo alle scimmie con il mal di pancia cosa avessero mangiato quel giorno. Con il cuore in gola feci attenzione al paffuto professore della foresta che riempiva lo schermo del televisore. Non era affatto come mi sarei immaginata, ma ero comunque molto curiosa di sapere cosa dicesse. L’uomo avvicinandosi al microfono cominciò a raccontare.

Una specie conosciuta con il nome diffuso di farfalla notturna in questo momento è visibile in maniera massiccia nella nostra città. Ma non c’è alcun bisogno che i cittadini si inquietino. È un evento che durerà solo pochi giorni. Tra poco tempo finirà. I maschi di questa specie sono di colore marrone, sono quelli che vediamo in giro. Il motivo per cui il loro numero è tanto aumentato è che siamo nella stagione dell’accoppiamento; volando cercano la femmina. Le femmine per la maggior parte di colore bianco, invece non volano, attendono. Tengo a sottolinearlo di nuovo, questa specie non è in alcun modo nociva per l’uomo. Al contrario, consiglio a tutti di godersi questo raro spettacolo della natura.

In quel momento volevo correre e gettarmi al collo del professore dalle guance rosse. Sì! Sarei senz’altro diventata professore della foresta! Mi sarei occupata delle farfalle. Dei pavoni. Delle coccinelle, delle tartarughe. Avrei ascoltato i problemi di tutti gli animali del bosco.
Bisognava che lo dicessi immediatamente a mia nonna. Ormai non mi interessava più quello di cui stavano parlando di sotto, cosa poteva esserci di più importante di questa scoperta? Dovevo dare immediatamente la buona notizia. Non potevo aspettare il mattino. D’altronde non c’era nessun mattino a venire. E se avesse voluto avrei potuto lavorare con mia nonna, mi avrebbe potuto aiutare nel tempo libero dalle faccende domestiche. Per i pulcini che accudivo sul balcone nel retro era lei che mi aveva aiutato di più. Ai gattini che raccattavo dalla strada dava il latte, gli toglieva persino le zecche. Ogni mattina mettevamo insieme il bulgur davanti alla finestra per le tortore. Quando avevo rifiutato di mangiare il riso con la carne che mio nonno sacrificava per le feste a Karakız, non mi aveva lasciato digiuna, di nascosto da mia madre aveva spalmato sul pane della salsa di pomodoro.
Ecco mia nonna e io saremmo state socie. Non avrei potuto trovare un’aiutante migliore.
Schizzai da sotto le coperte. Uscii nel corridoio, scesi di corsa le scale, proprio sull’ultimo gradino la porta della stanza si aprì. Mi bloccai.
Con l’apertura della porta l’ingresso fu invaso dal fumo di sigaretta. Alla prima occhiata ebbi l’impressione che fosse uscita dalla stanza una folla infuriata, tanto era denso il fumo. Quando si aprì per prima cosa vidi i piedi di mia nonna senza ciabatte – mia nonna non girava mai senza ciabatte – sollevai la testa, poi vidi i suoi occhi rossi. Senza vedermi si diresse in cucina tirando su con il naso. Era la prima persona che usciva dalla riunione a porte chiuse vietata ai bambini. Ma non era affatto in sé. Lo fosse stata mi avrebbe visto, ti sei svegliata agnellino mio? Avrebbe detto. Hai fatto un brutto sogno?, avrebbe detto se avesse visto nei miei occhi l’aria di un gattino bagnato. Mi avrebbe preso e fatto sedere sulle ginocchia, mi avrebbe tirato il pigiama sin sotto le ascelle, se prendi freddo ti ammali, avrebbe detto, mi avrebbe dato dell’acqua e riportato a letto. Non aver paura, passerà, avrebbe detto. Mi avrebbe rimboccato ben bene le coperte, avrebbe spento la luce, lasciando la porta accostata avrebbe lasciato filtrare nella stanza un po’ di luce dal corridoio così i mostri sotto al letto sarebbero stati neutralizzati e io prima di chiudere gli occhi avrei guardato dall’interstizio della porta la sua dolce sagoma un po’ rotonda; sentendo il rumore delle ciabatte che si allontanavano in corridoio mi sarei sentita al sicuro. Ma non era in sé mia nonna. Non fece niente di tutto questo.
Lasciò i bicchieri vuoti che aveva in mano nel lavandino. Mentre io la osservavo rifugiata in un angolo sull’ultimo gradino della scala di legno senza neanche prendere fiato, aprì la finestra della cucina, si riempì di vento. Il vento fece svolazzare le tende, mia nonna prese allora un profondo respiro. Asciugandosi gli occhi e il viso mi passò davanti esattamente come prima, aprì la porta della stanza degli ospiti e si perse nelle nebbie di mistero.
Restai sola nell’ingresso buio. Se tornassi su, a letto, mi mettessi a dormire, aspettassi il mattino. Ma non avevo affatto sonno. Non riuscivo a dormire dall’eccitazione. Dovevo risolvere quella questione la notte stessa. Non c’era altra possibilità.
Attesi un poco prima di camminare fino alla porta della stanza in punta di piedi e posare l’orecchio sul legno. In mezzo al brusio sentii la voce di mia madre.
“Divorziamo. Non c’è più niente di cui discutere.”
Tutta la famiglia era stata convocata con una decisione improvvisa quella notte. Una questione tra due persone, dopo che mia madre un mattino aveva trovato suo padre, solitamente restio a trovarsi faccia a faccia con qualcun altro, da solo in cucina e gli aveva detto “Papà, io divorzio”,  in un giorno aveva coinvolto persino zie e zie come un fiume straripato dal letto grazie all’abilità che hanno le donne di casa di far squillare forte forte i telefoni.
Erano gli anni in cui il divorzio non si consigliava affatto come rimedio alla malattia tra moglie e marito e si teneva lontano dalle famiglie con dei “dio ce ne scampi”.
Divorziare era una possibilità lontana rimandata a ogni litigio con gli avvertimenti delle donne “avete un figlio, ragazza mia” che si vantavano di essere sposate da mille anni con il proprio marito e che invecchiavano appassendo appena superata la mezza età senza essere amate da un uomo. Essere donna voleva dire pazientare, rassegnarsi. I panni sporchi si lavavano in famiglia. Dove si poteva andare con dei bambini appresso a quei tempi? Fuori era la legge del più forte, cosa non si leggeva ogni giorno sui giornali. Doveva esserci senz’altro qualcuno in capo a noi. Solo per questa ragione che una donna tirasse da una parte non sua madre ma suo padre e dicesse “io divorzio” era l’atteggiamento più controverso del tempo. Già a sedici anni aveva imparato di nascosto a guidare conducendo la Ford gialla di mio nonno, il suo tesoro, e guidando meglio di tutti i miei zii, mia madre sarebbe passata come rivoluzionaria nella nostra storia di famiglia fatta di donne infelici. Le antenate di mia madre erano donne che quando si arrabbiavano con il marito lavavano tutte le tende di casa. I piaceri personali si limitavano a un rossetto rosso comprato con il resto del mercato della domenica. Sarebbe bastato per tutte le feste di fidanzamento, matrimoni, cerimonie di circoncisione, addii al nubilato alle quali avrebbero partecipato in tutta la loro vita quel rossetto rosso; non si sarebbe mai consumato, anche se col tempo fosse irrancidito sarebbe stato nascosto come un’eredità sacra sullo scaffale dell’armadietto dietro lo specchio del bagno, dove i bambini non sarebbero potuti arrivare, insieme alla matita nera per gli occhi ridotta a un mozzicone a forza di fare la punta col coltello.
Non facevano commenti su argomenti che non conoscevano quelle donne. Se qualcosa in casa stava per esplodere, mentre i loro mariti si trituravano i baffi dalla rabbia, invece di aprire bocca per dire una parola correvano in cucina dicendosi che la cosa migliore da fare era mettere su un tè, sapendo molto bene che quel silenzio innocente era annunciatore di una tempesta.  Con tre patate, due cipolle, un etto di macinato magro potevano sfamare tutta la casa. Se nel cuore della notte qualcuno aveva voglia di dolce non titubavano affatto, si mettevano ad abbrustolire helva e farina. Come una zona cuscinetto restavano in mezzo all’uomo di casa e a tutto il resto, sapevano come ammorbidire le teste più dure sul loro petto. Se si arrabbiavano molto al massimo quel giorno mandavano i mariti a lavoro con i bottoni delle camicie scuciti. Oppure facevano attaccare un po’ il riso, il filo di fumo che avvolgeva la casa era pieno di messaggi inviati dai loro cuori spezzati. Era questa la loro ingenua maniera di vendicarsi.
Mia madre invece sembrava non fosse cresciuta in mezzo a quelle gonnelle, ma educata dagli hippie che avevano girato il mondo con un furgoncino Volkswagen arancione degli anni ’70. Ascoltava i Beatles, leggeva Oğuz Atay, non sapeva rompere un uovo ma disegnava molto bene. Appena terminato il liceo si era iscritta di nascosto all’esame di ammissione all’Accademia, l’aveva superato, ma mio nonno, venditore di stoffe, decretando “Ci sono abbastanza anarchici in questo paese” non l’aveva mandata a studiare a Istanbul, e “siccome la casa ti va stretta” aveva detto, l’aveva messa a capo del negozio. Tre mesi dopo mia madre si era sposata con il primo uomo conosciuto. Dove lo avesse trovato mio padre non si sa, ma quell’uomo minuto, calvo, di poche parole, che indossava gilet e lavorava come contabile in un’impresa assicurativa, doveva essere stato il modo più semplice e indolore per mia madre per scappare di casa. In occasione del matrimonio avevano affittato un piccolo appartamento in centro, modesto ma arredato secondo la moda, però quel nido privo d’amore non aveva avuto lunga vita.
Quando mio padre fu licenziato a due mesi dal matrimonio erano riusciti a andare avanti pochi mesi con quei pochi soldi della liquidazione. Ma quando mio padre non trovando lavoro non riuscì più a mandare avanti la casa, allora mia madre senz’altra scelta mise in cantina tutto il corredo così com’era e tornò alla casa di suo padre, questa volta insieme a un marito calvo, che indossava gilet e come se non bastasse disoccupato. In conclusione mia madre era caduta dalla padella alla brace. Mio padre cominciò a lavorare nel negozio di mio nonno e mia madre in mezzo a tutta quella serie di assurdità aveva almeno mostrato il coraggio di rimanere incinta di me. A dire il vero ero certa di essere stata un incidente di percorso. L’essere umano è una creatura che quando richiesto sa rassegnarsi alle sfortune. E anche mia madre, finché riuscì a sopportarlo, così fece.
A parte dormire nella stessa stanza mamma e papà – ero la sola a sapere che la notte mio padre dormiva sul materasso di lana steso a fianco del letto matrimoniale – non stavano molto insieme loro due. Non li ho mai visti toccarsi. A dire il vero non ho mai visto mio padre toccare nessuno. Neanche me. Addirittura con me non ci parlava molto. La mattina usciva presto, la sera rientrava tardi. Era l’uomo invisibile mio padre. Il fantasma dell’opera. E neanche si parlava molto di lui quando non era in casa. Persino dell’albero di melograno in giardino, almeno per dire “quest’anno ha fatto molti frutti, l’anno scorso ne ha fatti meno”, si parlava di più. L’intera famiglia l’aveva abbandonato a se stesso. Gli si lavavano i panni, gli si stiravano le camicie, gli si metteva un piatto davanti, e non ci si interessava di altro. Un parente alla lontana. Così diceva mio nonno. Sin dal primo giorno un genero forestiero. Ma c’ero io, e nessuno diceva una parola che potesse metterci di malumore, ero io la garanzia della presenza di mio padre in quella casa.
Quello stato di cose a dire il vero un po’ era stato mio padre stesso a crearlo. Non so se fosse contento della sua condizione ma dietro quel silenzio, quella tranquillità, ho sempre pensato si nascondesse qualcuno di arcigno, litigioso, ribelle. Come se dentro di sé rovesciasse seggiole gridando, ‘Ora basta, eh!’ mentre da fuori si alzava da tavola dicendo ‘Era molto buono’. Era evidente che nessuno avrebbe cercato in sua assenza quell’uomo che digrignava i denti nel sonno. La sua dipartita non avrebbe lasciato in casa nessun vuoto.
Si sarebbero dispiaciuti soprattutto per me. Persino dopo molto tempo che mio padre se ne era andato, le donne del quartiere che si riunivano spesso sotto la pergola del giardino in compagnia di piatti e piatti di frittelle e bicchieri e bicchieri di tè, mia nonna in primis, avrebbero continuato a guardarmi da lontano mormorando, si sarebbero date di gomito indicandomi e mordendosi le labbra. Eppure, alla fine di quel divorzio, ai loro occhi una tragedia che avrebbe lasciato segni indelebili su di me, il mondo non mi sarebbe crollato addosso come pensavano le vicine dal cuore di zucchero e la pressione che schizzava quando esageravano con le frittelle. Quando le persone perdono un guanto mai indossato non si rattristano troppo.
Certo in relazione a questa storia del divorzio si manifestarono in me alcune emozioni, non ero poi completamente insensibile. A pensarci c’era qualcosa che mi stringeva il cuore. Io, come dire, avevo molta paura di uscire sul giornale. Credevo infatti che tutti quelli che finivano in tribunale – che da quanto avevo capito la cosa che chiamavano divorzio si faceva in un’aula di tribunale di fronte al giudice e tutto – finissero sui giornali con fotografie a figura intera e una banda nera sugli occhi. Non riuscivo a immaginare me e mia madre in quella condizione. Come lo avrei spiegato ai miei compagni?, non sapevo farmene una ragione. Grazie a Dio mia madre rispose una a una a tutte le domande che le feci vuotando il sacco e alleviò il mio cuore con spiegazioni che placavano le mie inquietudini. Alla fine avrei capito che fino a quando non facevi del male a qualcuno i giornali  non si interessavano molto a te e dopo diverse notti avrei dormito un sonno tranquillo per la prima volta.
In classe invece essere “quella bambina” i cui genitori erano divorziati era un’altra storia. All’inizio quell’etichetta mi sarebbe parsa strana ma poi per uno strano gioco del destino mi avrebbe portato a essere al centro dell’attenzione. I miei compagni di classe che inizialmente mi guardavano preoccupati mantenendo una certa distanza, con il tempo avrebbero trovato il coraggio di avvicinarsi e fare domande, avrebbero cominciato a osservarmi come un frutto esotico. La maestra invece avrebbe avuto un’indulgenza particolare come fossi un fiore raro, mi sarebbe piaciuto ricevere tante attenzioni.
Al contrario di tutti coloro che più o meno a proposito ficcavano il naso nella faccenda, io non me le sono mai presa con mia madre che aveva deciso di farmi crescere lontana da mio padre.  Non avrei potuto prendermela con lei in ogni caso. Mia madre era una persona diversa. Essere diversa richiedeva fare cose diverse da tutti gli altri. Era questo quello che gli altri non capivano. C’erano cose che la distinguevano dalle altre mamme del quartiere. Non riuscivo a contarle ma persino mentre camminava per strada l’aria che sprigionava era diversa. Ad esempio, quando a scuola cominciò il corso di danza e tutte le ragazze impazzirono di gioia, io già alla prima lezione, tormentata dall’irritazione provocata dalle calze bianche di nailon e stremata dal prurito, tornai a casa in lacrime dicendo “Mamma, io il balletto non lo voglio fare”, lei rispose “Va bene”. Parlò con la maestra e andò di persona a iscrivermi al corso di karatè insieme ai ragazzi. Mi piacque molto il karatè. Le calze di nailon invece le ho sempre detestate.

***

Mentre ascoltavo con l’orecchio appoggiato alla porta, quando sentii avvicinarsi i passi di qualcuno mi nascosi sotto la macchina da cucire nell’ingresso. Mio nonno aprì la porta con foga e uscì gridando e urlando. Non si capiva cosa dicesse ma era chiaro che era molto arrabbiato. Guardai dalla porta che aveva lasciato aperta. Mio padre seduto in un angolo guardava a terra senza fiatare, con i calzini bianchi ai piedi giocherellava con le frange del tappeto. Mia madre nella poltrona di fronte a lui appoggiata alla spalliera e con le braccia incrociate sul petto sembrava stanca ma decisa. Mia nonna con i suoi occhi rossi era in piedi davanti alla finestra. Anche zii e zie erano dentro. L’ultima volta che li avevo visti così tutti insieme era stato per le feste. Ma questa volta non c’era un’aria da festa.
Il fumo di sigaretta aveva invaso tutto, mio nonno, lui che non fumava mai, che faceva passare la voglia a chi fumava, faceva giri in corridoio con la sigaretta in mano, entrava e usciva dal salotto, ogni tanto borbottava qualcosa. Mia nonna cominciò a piangere. Mio nonno si girò e gli disse di stare zitta. Non poteva preoccuparsi anche di lei ora.
Ad un tratto mi venne in mente. Sarei diventata professore della foresta! Era quella la ragione per cui ero lì. Ero io che non potevo preoccuparmi di loro. Non fate caso che sono incastrata sotto la macchina da cucire, gliel’avrei fatta vedere io.
Poi mi feci coraggio, uscii da sotto la macchina da cucire, non solo uscii, mi sembrò di rinascere dalle mie ceneri come la fenice. Camminai verso la porta della sala, entrai, uno dopo l’altro tutti si voltarono verso di me. Mia madre fece per dire qualcosa, mia nonna mi corse incontro agitata, sgattaiolai in mezzo alle sue gambe e montai sul tavolo da pranzo con una gamba dei pantaloni del pigiama arrotolata fino al ginocchio.
“Io…” dissi con una voce appena tremante, stavo per continuare quando mia nonna disse “Questa bimba respira tutto il fumo” e si avviò a aprire la finestra.
Mi schiarii la gola, allungai la schiena, i bambini eroi nei libri facevano sempre così, sollevai le braccia in aria, tutti mi osservavano con la massima attenzione, mio padre venne fuori dalla tana dove si era ritirato da un pezzo e mi sorrise, mia madre per qualche ragione non si arrabbiò, aspettava con curiosità di sapere cosa mai avrei affrontato questa volta, ero una bambina coraggiosa, lo sapeva bene. Sul tavolo, prima feci una mossa yoko geri kekomi, a karatè insegnavano cose di questa utilità, ecco, poi urlai.
“Io sarò professore della foresta!”
In quel momento mia nonna aprì la finestra alle mie spalle per cambiare aria. E aprendola il salone si riempì d’un tratto di centinaia di farfalle come stessero fuggendo da una scatola scoperchiata.
Tutti si misero a guardare stupiti un po’ me un po’ le farfalle che svolazzavano d’intorno, non sapevano se dovevano arrabbiarsi, ridere o cosa. Le farfalle volavano dappertutto nella stanza, sul lampadario, sui muri, sbattevano contro la radio di mio nonno, si posavano sui capelli di mia madre, volteggiavano attorno a mia nonna.
Mio padre era rimasto immobile sulla poltrona. Mio nonno non mostrava più traccia di rabbia, guardava sbigottito me e le farfalle. Io con le mani ancora per aria ero sempre in piedi sul tavolo da pranzo per otto persone, con una gamba del pigiama arrotolata fino al ginocchio. Molto probabilmente ero sotto shock e non riuscivo a muovermi. Mi avesse visto Nemescek sarebbe stato comunque molto orgoglioso di me.
Mentre le farfalle mi svolazzavano attorno feci un altro yoko geri kekomi e urlai di nuovo:
“Avete sentito?! Io sarò professore della foresta!”
Se non si contavano i gilet nelle diverse tonalità di marrone, non era un cattivo uomo mio padre. Ma io ero figlia di mia madre. Non eravamo farfalle bianche noi. Credo addirittura che non fossimo proprio farfalle. Forse mantidi religiose. O formiche. Non eravamo fatte per metterci a sedere e aspettare.
Capimmo d’altronde che neanche mio padre cercava mia madre come farfalla. Dopo sei mesi dal divorzio si sposò di nuovo. Una ragazza del vicinato sulla ventina, bella come il mondo. Fecero un matrimonio tanto radioso che nel quartiere se ne parlò per una settimana. Dopo essersi sposato i gilet scomparirono, al loro posto comparvero camicie bianche tutte stirate e inamidate. Dopo poco mio padre si mise in proprio. Prese qualche chilo. Il volto e gli occhi acquistarono colore. Si fece impiantare i capelli. Non so come ma diventò anche più alto.

 

Trad. G. Ansaldo

 

Farfalle bianche è un racconto di Melisa Kesmez pubblicato con il titolo Beyaz Kelebekler nella raccolta Bazen Bahar (Sel, 2015).

© Diritti riservati per la traduzione italiana, Kaleydoskop, 2018 (su concessione dell’autrice).

 

 

 

Melisa Kesmez, 1980, è laureata in sociologia all’università Mimar Sinan e ha trascorso parte della sua vita a Londra. Scrittrice e traduttrice dall’inglese, tra gli altri Nick Hornby e Truman Capote, si occupa di letteratura, musica e teatro per cui ha tradotto numerose commedie. Scrive su diverse riviste letterarie e Bazen Bahar (A volte è primavera) da cui è tratto questo racconto è la sua prima raccolta. Nel 2016 ne ha pubblicato una seconda dal titolo Atları Bağlayın Geceyi Burada Geçireceğiz (Legate i cavalli, passiamo la notte qui).

 

L’ illustrazione di copertina è di ©Ceyhun Şen

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