Turchia, cultura e società

Scrivere la libertà

in Scritture

Certo non immaginava forse che un giorno sarebbe diventato scrittore Selahattin Demirtaş. E chissà se aveva messo in conto di finire in carcere. Ma la scrittura e la galera vanno spesso insieme in Turchia. Avvocato, difensore dei diritti umani, Demirtaş nel 2014 si era lanciato in una sfida senza speranze contro Recep Tayyip Erdoğan, candidandosi alle prime elezioni presidenziali del paese. Per quanto fosse chiaro sin dall’inizio che la sua candidatura non potesse essere vincente, né contro Erdoğan né tantomeno contro il candidato conservatore dell’opposizione, la sua proposta era sorprendente e scompaginava allora l’inevitabilità dei corsi politici. Per la prima volta un curdo correva alla massima carica dello Stato turco. Era una mossa astuta in realtà. Serviva a contarsi, a contare i voti ma anche la fiducia delle persone, per valutare le potenzialità del Partito democratico dei popoli (Hdp) un partito fondato solo qualche anno prima e che dopo le proteste di Gezi era riuscito ad accogliere le istanze ampie della sinistra progressista, in modo trasversale, ben oltre la sua originaria anima curda. Con le presidenziali Selahattin Demirtaş sfiorò il dieci per cento, la fatidica soglia di sbarramento elettorale, ed ebbe così un importante incoraggiamento per le politiche dell’anno dopo, quando non solo per la prima volta entrava in parlamento una formazione simile ma contemporaneamente il partito di Erdoğan, l’Akp, perdeva poco meno di dieci punti percentuali e una settantina di seggi. L’euforia durò poco. Una serie di attentati e un clima di violenza accompagnò la mancata formazione di un governo di coalizione e l’indizione di nuove elezioni. Iniziava così in Turchia una rapida impennata in una condizione di oppressione che con il tentativo di golpe del 2016 non avrebbe fatto che peggiorare. Giorno dopo giorno si restringevano gli spazi di libertà, si chiudevano una dopo l’altra le possibilità di parola, opposizione, reazione. Allo stesso modo si serravano una dopo l’altra i cancelli delle carceri. Ferro tuonante alle spalle di giornalisti, accademici, scrittori. Tutti accusati di propaganda terroristica.

Nel maggio del 2017, mentre oramai vige già da dieci mesi lo stato di eccezione, viene abolita l’immunità parlamentare e Selahattin Demirtaş, co-leader del partito Hdp e deputato, poco dopo viene arrestato. “Il cortile della prigione in cui usciamo a prendere aria è una specie di pozzo rettangolare in cemento. All’incirca quattro metri per otto. Insomma, troppo grande per percorrerlo tutto. Anche se inizi a camminare la mattina, a sera non sarai arrivato da nessuna parte. Siamo in due esseri umani a usare questo posto, io e il nostro deputato Abdullah Zeydan”. In cella si mette a scrivere. Ne esce Alba  (Feltrinelli, trad. N. Verderame), una raccolta di racconti che prende il titolo da Seher, alba in turco, nome della protagonista di uno di questi. A dispetto dell’incipit non è un diario di prigione. Sono storie quotidiane di persone comuni, che spesso “odorano di povertà” e quando si arrabbiano o talvolta si girano dall’altra parte è perché vogliono liberarsi di quell’odore, come le guardiane del carcere del racconto di Nazo, donna delle pulizie, finita per errore nello scompiglio di una manifestazione e arrestata: “le guardiane ci ordinano di spogliarci e ci perquisiscono. È tutta gente nostra, sanno che non potranno mai uscire dalle ristrettezze. Hanno persino rinunciato a sognare un’auto. Non siamo noi la causa della loro povertà, ma si comportano come se lo fossimo”. Brevi racconti che offrono uno spaccato di Turchia duro, triste anche nella sua ordinarietà, dove dal conformismo e dalle disuguaglianze sociali alla violenza e alla solitudine il passo è brevissimo. Selahattin Demirtaş, che per anni ha sposato come avvocato le cause dei più deboli e che non ha mai smesso di mischiarsi alle persone, dimostra di conoscere molto bene il suo paese, fino in fondo ai suoi meccanismi più intimi che sembrerebbero non lasciare scampo ai percorsi di soggettivazione. Eppure i protagonisti e le protagoniste alla fine sono sempre più forti, non cedono, affrontano stoicamente e con testa alta gli eventi. Perché come titola l’ultimo racconto “la fine sarà splendida”, l’utopia esiste e resiste in ogni condizione. Molte sono le donne in queste storie, sono loro ad avere più coraggio, a non piegarsi davanti alla forza del potere, come la rondine femmina che difende il suo nido dagli “uccelli di stato” mentre il marito smidollato striscia (“Il maschio in noi”). Mentre i bambini nella loro spontanea leggerezza e semplicità mettono di fronte la realtà dura degli adulti: i morti per mare nelle migrazioni (“Sirena”) o il terribile colpo di Stato del 1980 (“Rese dei conti con mia madre”). Non manca l’ironia, del resto le storie divertenti sono lo strumento con cui i protagonisti di un altro romanzo, Istanbul Istanbul (Nottetempo, 2016, trad. A. Valerio) dello scrittore Burhan Sönmez, si distraggono dallo stordimento deprimente delle torture, ingannano il tempo, dilatano, ridendo, le pareti strette della loro cella sotterranea. “Nel tempo libero che ci rimaneva tra una sofferenza e l’altra, ridere o dormire li faceva stare bene. I loro volti si rinvigorivano e le voci rotte dalla tortura si rianimavano. …Più si guardavano l’un l’altro e più ridevano, dimenticando dove si trovavano. Oppure ridevano così perché non si erano dimenticati della cella neanche per un attimo”.

L’ironia schernisce e dissacra il potere, lo ridicolizza. “Lettera alla Commissione per la lettura delle lettere dal carcere” è un tiro che Demirtaş gioca ai suoi controllori che immagina stanchi di leggere i suoi continui scritti (“adesso perché ci scrivi, non ce la facciamo più a leggere le tue lettere!”) e per i quali evita di scrivere un ricordo del carcere come gli chiederebbero gli amici, per risparmiare loro nuove letture, ma di fatto caccia fuori altri ricordi, una storia dentro l’altra, perché del resto se uno il mondo di fuori se lo porta con sé, se nella vita fino ad allora si è tuffato fino alla punta dei capelli, allora ha di che raccontare, inventare, scrivere oltre le pareti grigie di un carcere e quel cortile di quattro metri per otto che pur percorrendolo per ore non porta da nessuna parte. “Mentre cercano di isolarti, di sminuirti, aumentano le persone che credono in te. Come ha detto Nâzim, anche se resti solo ‘come una pietra in fondo al pozzo quando sei dentro’ una parte di te si mescola alla confusione del mondo”, scrive Can Dündar noto giornalista accusato di spionaggio, incarcerato, additato pubblicamente da Erdoğan come “traditore della patria” e, una volta liberato, vittima di un tentato omicidio, ora in esilio in Germania. “Ti prendono prigioniero, ma la preoccupazione che la tua casa sia perquisita e tu arrestato scompaiono. E se per di più pendono su di te due ergastoli, perdi ogni misura. ‘Tanto vale’, dici, e scrivi a fiumi”. Così dalla sua galera durata tre mesi esce Arrestati (Nutrimenti, 2017, trad. G. Ansaldo).

Uno dopo l’altro in meno di due anni escono anche in italiano questi scritti dal carcere. È sorprendente quanto la politica incida sulle tendenze editoriali. La Turchia comincia a essere scoperta da alcune grosse case editrici come Feltrinelli e Garzanti dopo anni in cui la letteratura turca, fatta eccezione per l’Einaudi di Orhan Pamuk e Ahmet Hamdi Tanpınar, è soprattutto ad appannaggio della piccola e media editoria. Fino al 2016 si pubblica narrativa turca in Italia quasi esclusivamente grazie ai fondi del governo turco. Questo incoraggia le case editrici meno grandi a scoprire una letteratura poco nota ma ora le scelte non sono più libere: difficile che si possa pensare di pubblicare di questi tempi alcuni autori o opere con i finanziamenti governativi. Feltrinelli che pubblica Demirtaş o Garzanti che pubblica ı Erdoğan avevano pubblicato autori turchi, uno ciascuna, alla fine degli anni Ottanta. Viene da pensare che anche in quel caso fosse a causa dell’onda lunga del colpo di Stato del 1980, del conflitto contro i curdi. Poi più nessun’opera turca nei loro cataloghi. Ora si ricercano scritti politici, come lamenta anche la scrittrice Aslı Erdoğan – che preferirebbe vedere tradotti i suoi romanzi e racconti piuttosto che gli editoriali – perché fanno più mercato. Senza dubbio è importante e fondamentale che si leggano queste pagine di testimonianza in Italia, ma non si dovrebbe perdere di vista che gli scrittori in Turchia sono ricercati anche perché con la propria scrittura si prendono delle libertà incontrollabili, su cui la penna censoria non riesce che a intervenire dopo, cassando, condannando.

Selahattin Demirtaş è diventato scrittore in carcere ma molti altri sono imprigionati prima perché scrivono. Aslı Erdoğan, autrice che plasma l’oscurità e la cupezza per farne materia letteraria di pregio, scrittrice di fama internazionale di cui Pamuk canta i vanti, viene arrestata un mese dopo il tentato golpe. Su di lei e una nota linguista settantenne, Necmiye Alpay, pendono i gravi capi di propaganda terroristica, per aver collaborato con un giornale filocurdo, Özgür Gündem. Una scrittrice e una linguista. Sembra voluto. In un paese come la Turchia in cui sin dalla sua fondazione la trasformazione politica si battaglia anche nel campo delle parole e degli alfabeti, due persone note per l’agio in cui si muovono tra le lettere e invitano ad altri significati, ad altre visioni sembrano spaventare il potere. Oltre 130 giorni di detenzione. Mentre molti sono dentro, altri scrittori e giornalisti si danno il turno sulle sedie poste fuori l’ingresso del carcere di Silivri, il più grande d’Europa. Succede per loro come per altri. È un segno di solidarietà importante, un coraggioso atto contro la paura che si cerca in tutti i modi di trasmettere. Ancora mentre è in carcere Aslı Erdoğan comincia a essere insignita di numerosi premi. Una volta fuori è invitata in giro per l’Europa ma riesce a lasciare il paese solo dopo un po’ perché all’inizio le viene negato il passaporto. Lei, schiva e cupa come le sue storie, è travolta dalla fama e dal nuovo personaggio. Vorrebbe solo scrivere ed essere apprezzata per la sua letteratura, ma sente la responsabilità della sua fama di dovere difendere la libertà di espressione nel suo paese. Perché come spiega anche in un’intervista (Gli Asini 49) la scelta è ricaduta su di lei e altri intellettuali volutamente: “perché sono un perfetto esempio del gruppo che la Turchia adesso vorrebbe punire o far tacere, i ‘turchi bianchi’, l’élite metropolitana che solidarizza con i curdi”. Mentre su Aslı Erdoğan pendono ancora le accuse di propaganda, un altro scrittore si trova in galera, Ahmet Altan. Per lui trecentosessanta sei giorni di custodia cautelare, lunghi più di un anno, e poi sentenza di carcere a vita. Dell’assurdità della sua condanna, e già del suo arresto, dove l’unica prova presentata sono degli articoli scritti per un quotidiano, Altan ha scritto in tre pamphlet: Ritratto dell’atto di accusa come pornografia giudiziaria, Non sono il vostro imputato, La giustizia della stupidità: testi pubblicati di recente da E/O, già suo editore in Italia, in un’operazione editoriale che rientra nella campagna internazionale a sua difesa, sottoscritta da una larga schiera di premi Nobel. Anche Altan è un famoso scrittore, figlio a sua volta di un altro famoso scrittore e giornalista, Çetin Altan e fratello di Mehmet, economista, con cui condivide le sorti giudiziarie (nonostante la Corte costituzionale turca avesse anche emesso l’ordine di rilascio prima dell’ultimo processo). A proposito di suo padre i premi Nobel che sottoscrivono la lettera aperta ricordano una cerimonia durante la quale Erdoğan aveva dichiarato che “la Turchia di oggi non era più la stessa, vecchia Turchia che imprigionava i suoi grandi scrittori: quell’epoca è scomparsa per sempre”. Era il 2009 ma bisognava già non fidarsi. I segnali c’erano già per quanto all’estero non si facesse che decantare le lodi dello straordinario successo economico del paese e degli sviluppi democratici. Meno di dieci anni dopo il paese è alla vigilia di nuove elezioni politiche e presidenziali, in uno scenario dove l’unica forza politica progressista senza derive nazionalistiche è isolata e ha molti dei suoi esponenti in galera. Il partito al potere nel totale monopolio dell’informazione punta a un’altra vittoria, mentre cercano di sottrargli voti quattro partiti d’opposizione uniti in una coalizione costituita dal partito laico kemalista CHP a formazioni minori ultra-conservatrici. Un panorama politico che non lascia presagire grosse inversioni di tendenza e anche nell’ipotesi remota di una sconfitta di Erdoğan è chiaro che la situazione appare comunque già molto critica dal punto di vista sociale, con faglie di rottura profondissime e un gravissimo peggioramento per i curdi, e dal punto di vista economico, con una crisi che già si sente e si minaccia ancora più pesante. Mentre il contesto è asfittico, i processi continuano a svolgersi senza alcun fondamento di diritto, e intanto vige da quasi due anni lo stato di eccezione, in molti non si danno per vinti. Sbattuti in carcere scrittori e giornalisti raccontano bene questa tenacia inscalfibile. Uno strano paradosso. “Credono di averti ‘sotterrato nel profondo’, e ti sotterrano… ma la prigione ti trasforma in un seme; invece di marcire, fiorisci. Questo è il paradosso della prigione” spiega Can Dündar, mentre Ahmet Altan scrive: “Sto scrivendo dalla cella di una prigione. Ma non sono in prigione. Sono uno scrittore. Non sono né dove sono né dove non sono. Potete imprigionarmi, ma non potete tenermi in prigione. Perché, come tutti gli scrittori, ho il dono della magia. E so benissimo passare attraverso i muri”.

La Turchia è pur sempre il paese di Nâzim Hikmet, grande poeta, dodici anni di filata in galera più altre incarcerazioni, accusato per le sue poesie, privato della cittadinanza, i suoi libri messi al bando, che nel 1949 inizia così la sua poesia ‘Qualche consiglio per chi finirà in prigione’:

Se invece di finire impiccato
ti sbattessero dentro
perché non hai perso la speranza
nel mondo, nel Paese, nell’uomo;
e ci restassi dieci o quindici anni
del tempo che ti resta
non dire:
“Magari penzolassi al capo di una corda,
da bandiera”.
Ti impunterai a vivere.

Ormai non è più una fortuna,
è piuttosto un dovere e un impegno,
si vive un giorno ancora,
per opporsi al nemico…

(ln)


Questo articolo è apparso sulla rivista Gli Asini (53, luglio 2018) con il titolo “Cosa è bene sapere della Turchia”. 
La rivista Gli Asini ha organizzato una campagna crowdfunding per regalare un abbonamento degli Asini a 100 biblioteche, associazioni, spazi pubblici e luoghi di frontiera. Partecipa anche tu!

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