Turchia, cultura e società

Gezi, cinque anni

in Società

Tra la fine di maggio e l’inizio di giugno 2013 l’opposizione di un piccolo gruppo di attivisti contro lo sradicamento degli alberi del parco pubblico Gezi di piazza Taksim nel cuore di Istanbul diventa il preludio di una enorme ondata di proteste che inciderà in modo determinante sul lessico e sulle dinamiche politiche del paese. Le proteste di Gezi diventano uno spartiacque della storia recente turca. C’è un prima di Gezi in cui la sinistra è frammentata in mille gruppuscoli, in cui la questione curda appare come la questione di una parte della popolazione e non di fatto determinante per la democrazia del paese, in cui si pensano i giovani come apolitici e qualunquisti, in cui tutto sommato si sopporta a testa bassa, e poi c’è un dopo Gezi in cui i vari gruppi hanno sperimentato la forza di unirsi e fare corpo, in cui si è compresa l’importanza di manifestare il proprio dissenso, di prendere posizione, in cui si riesce nonostante tutto a pensare il cambiamento.
Nella piazza di Taksim il parco c’è ancora, circondato da un’ampia spianata di cemento che la municipalità usa per manifestazioni di diverso tipo, come le grandi tavolate dell’iftar di questi giorni, non c’è più l’AKM, l’edificio simbolo della cultura nazionale e laica che durante le proteste fu ricoperto di striscioni e slogan, e di fronte è in corso la costruzione di una moschea. Il paesaggio urbano cambia velocemente, molto più rapidamente di quanto non incidano i processi politici e sociali, che continuano ad agire anche in modo sotterraneo e invisibile.
A cinque anni di distanza, mentre nel paese vige lo stato di eccezione decretato nel luglio 2016 dopo il tentato golpe, e si è in piena campagna elettorale per il voto delle politiche e delle presidenziali con cui entra in vigore il nuovo regime presidenziale, mentre continuano i processi che vedono coinvolti gli accademici firmatari di una petizione per la pace, i giornalisti invisi al regime, scrittori, intellettuali, attivisti, tra cui molti in carcere o in esilio, ci pare importante ricordare l’atmosfera, l’entusiasmo e la vitalità, il coraggio e la tenacia di un movimento composito che ha tentato di attuare pratiche e linguaggi politici nuovi, mirati alla costruzione di una società egualitaria e di una cittadinanza consapevole.

 

Irrompendo bruscamente nella quotidianità di allora le proteste di Gezi sono state accompagnate da una importante forza creativa che ha attraversato diversi campi, sorprendendo per l’ironia e la sagacia, per i diversi linguaggi utilizzati, per la rapidità di invenzione e ridefinizione. Nel corso del mese di giugno noi vogliamo proporvi materiali diversi: racconti, immagini, suoni per ricordare e far (ri)vivere quello che è stato il Geziruhu, lo spirito di Gezi.

foto di Luca Manunza

 

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