Turchia, cultura e società

Kolay gelsin! Alla scoperta dei vecchi mestieri di Istanbul – 4

in Società

Siamo alla quarta storia dei vecchi mestieri di Istanbul raccontati nelle interviste che Rita Ender ha raccolto nel suo volume Kolay Gelsin. E così dopo l’orologiaioil venditore di corsetti e l’aggiustapenne stilografiche ecco la storia di Katia Kiraci, cappellaia di Beyoğlu


La cappellaia – Katia Kiraci, Beyoğlu

Le donne delle antiche canzoni popolari come “Ah, la vecchia Beyoğlu” hanno tutte il cappello. In realtà loro non lo indossano, lo portano. Il cappello è una questione di appartenenza. Una volta camminare con il capo coperto nella “piccola Parigi” che era Beyoğlu significava accettare delle regole, aver interiorizzato alcune modalità di comportamento. In che modo un signore con il cappello saluta una giovane donna? Una volta toltosi il berretto, in che modo lo tiene? Un copricapo di feltro si addice a una donna timida e modesta o è forse il giusto ornamento di una signora fredda e sicura di sé? Questi interrogativi, che sembrano appartenere a un passato lontano, sono all’ora del giorno da cinquantasei anni nella bottega “Katia”, nel Hacopulo Pasaji.

Siamo andati a parlare con la proprietaria Katia Kiraci, che ha imparato a fare i cappelli su misura da sua madre. Qual è la storia di questo negozio, Katia? Da quanto tempo è qui?

Sono qui da ventisette anni, ma il negozio era di mia madre, che è nata e cresciuta a Beyoğlu. Anch’io sono di qui. Questo è il cinquantaseiesimo anno del nostro negozio. Noi siamo affittuarie, il locale apparteneva alla chiesa, poi il proprietario è cambiato.

Come si è trasformato l’Hacopulo Pasaj negli anni? Chi erano i vostri vicini, chi erano gli altri commercianti di un tempo?

Era molto diverso qui. I nostri vecchi clienti non apprezzano il nuovo stato del Pasaj. «Questo posto è stato rovinato», dicono. C’è sempre rumore, non riusciamo a tenere la porta aperta nemmeno d’estate. Dei commercianti di un tempo è rimasto solo Erol Bey, il signore qui accanto che vende apparecchi per denti. Qui c’erano tessitori di merletti, bottegai che vendevano cinture e mercerie.
C’era una sarta che faceva i vestiti su misura, una signora che confezionava vestiti da sposa e diversi venditori di tessuti. Qui davanti c’era un negozio che trattava oggetti per la dote.

Lei come ha imparato a fare cappelli?

Ho appreso da mia madre.

E sua madre da chi ha imparato?

Quando lei aveva dodici anni lavorò qui per una signora francese, Madame Cartier. A un certo punto decise di aprire il suo negozio ma era molto giovane. «Come? E tu dovresti aprire un negozio?», le dicevano tutti, «Non puoi fare questo lavoro, prima devi avere un contratto». Lei era determinata, andò all’Aznavur Pasaj e affittò l’appartamento all’ultimo piano. Allora l’Aznavur Pasaj ne aveva solo due, ora ne ha quattro o cinque. Poi partì per Parigi con Madame Cartier. Dalla Francia portò materiale per fabbricare i cappelli e anche delle ragazze che lavorassero per loro.
Finché a un certo punto si trovò con 35 dipendenti! Beyoğlu era sempre piena di venditori di cappelli. Nessuno poteva farne a meno. Mia madre aveva ottimi clienti. Dopo il negozio ad Aznavur, affittò anche questo posto. Il lavoro andò avanti, lei era giovane e sempre più orgogliosa del suo mestiere. Aveva un vero amore per i cappelli e per questo riusciva a fare dei bei prodotti.

Sua madre quindi portava spesso il cappello?

Non usciva mai senza. Mi sgridava: «E tu perché non porti il cappello tutti i giorni?». Io lo indossavo solo quando faceva molto freddo o quando dovevo andare a qualche occasione importante.

Che tipo di mestiere è quello di chi fa cappelli?

È un lavoro molto bello. Fabbricare, progettare, creare è di per sé molto bello. Dà molta soddisfazione anche realizzare una lampada, o cucire un vestito.

Lei prepara cappelli anche per occasioni religiose?

Sì, per i matrimoni. Qui ci sono ancora molti cattolici francesi o italiani che usano i cappelli per le cerimonie in chiesa. Oggi purtroppo si indossano solo ai matrimoni, e non tutte le spose lo portano ancora.

Com’è fatto il cappello da sposa? Ha qualche particolare?

È un bel cappello, pretenzioso. Si cuce e si fabbrica su misura per la sposa. Può essere a merletti, di satin; se il vestito è molto decorato si prepara in un modo, se il vestito è semplice in un altro. Loro mi mostrano l’abito e io preparo un cappello adatto.

Quanto impiega a confezionare un cappello?

Dipende dal materiale, a volte un mese, a volte posso metterci anche un giorno solo.

Il suo mestiere continuerà in famiglia?

Lo spero molto, lo sto insegnando a mia figlia. Ora ha dei bambini piccoli, appena cresceranno continuerà lei il negozio.

Che cosa pensa del futuro di questa professione?

Non credo che gli artigiani dei cappelli possano scomparire. Quest’anno è ricominciata la moda. Dopo il matrimonio nella famiglia reale inglese, la gente ha ricominciato a chiedere cappelli su misura. Ai giovani piacciono i modelli degli anni ’30. Per questo non credo che la mia professione scomparirà, anzi, tutto il contrario, oggi siamo di nuovo in crescita. [4/5 continua…]

trad. di E. Pergolizzi

***

Con La cappellaia continuiamo la pubblicazione delle storie tratte dal volume Kolay Gelsin. Meslekler ve Mekânlar di Rita Ender (İletişim, 2015, 3° ediz. 2017).

Si ringraziano: l’autrice Rita Ender, la traduttrice Emanuela Pergolizzi e la casa editrice İletişim.

Fotografia di Berge Arabian
Illustrazioni di Reysi Kamhi

©Diritti riservati per la traduzione italiana, Kaleydoskop, 2017 (su concessione di İletişim, Istanbul).

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