Turchia, cultura e società

Tarlabaşı is burning, una mostra queer

in Società/Spazi

Bisogna suonare al civico 232 del viale Tarlabaşı, stretto tra una macelleria e un minimarket. Sul campanello c’è scritto a mano dramaqueer. Salendo le scale di marmo di questo palazzo d’epoca che ha visto senz’altro giorni migliori, ci si ritrova in un appartamento d’altri tempi, col soffitto alto e i pavimenti di legno: la nuova sede di Dramaqueer, collettivo artistico queer e femminista attivo dal 2013, che ha da poco inaugurato la prima retrospettiva nel nuovo spazio.

Il rumore del traffico che scorre incessante sul viale arriva attutito nell’ingresso, dove i visitatori sono accolti dai busti imparruccati che raffigurano cinque membri del collettivo e rimandano alle vetrine dei negozi di parrucche sottostanti, frequentati da transgender e travestiti. “Per quel che riguarda le parrucche è a Tarlabaşı che si trova il meglio, è anche meglio di Eminönü”, racconta Fırat Varatyan del collettivo, che ci guida nella mostra.

Un’opera collettiva, una parete ricoperta di quadri e cornici, rimanda formalmente a un salotto di famiglia, rimettendone però in discussione contenuti e norme. Così un etamin (punto e croce decorativo tessuto dalle donne turche spesso con motivi floreali o al massimo con il nome di Allah) recita “la mia fica è marmellata e così avanti va la vita”, mentre un pizzo da tenda si trasforma nella capigliatura della diva trans Bülent Ersoy e il ritratto di un figlio militare di leva, in posa tipica con un fiore in mano, viene presentato in mezzo a cornici dove colorati personaggi trans sostituiscono i parenti in bianco e nero.

In un’opera di Volkan Eray, fotogrammi estrapolati dalle pellicole del cinema turco degli anni Settanta Yeşilçam rivelano l’omoerotismo involontario che si nasconde in questi film impregnati di cultura maschilista e eterosessuale, con un risultato comico e spiazzante. Il diario di Antakya, dello stesso artista, racconta un anno della vita dell’autore tra ritagli di giornale, fototessere, fotografie, disegni, biglietti e scontrini, mescolando eventi storici e personali, icone della subcultura LGBTQI+ e ricordi di famiglia, episodi di rilevanza politica, di cronaca pop, della propria vita intima. I diorami di carta e stoffa di Hakan Tarhan rappresentano due spazi pubblici – un hamam (bagno turco) e un bagno pubblico – in qualità di luoghi topici dell’immaginario erotico gay.

    

L’opera che dà il nome alla mostra, Tarlabaşı is burning di Metin Akdemir, critica il colossale progetto di riqualificazione urbana in corso a pochi isolati di distanza: il render dei nuovi edifici diventa lo sfondo di un enorme collage in cui la vita reale del quartiere prende il sopravvento sull’immagine fittizia che gli immobiliaristi e il governo cercano di produrre e vendere. Panni stesi sui davanzali, un gabbiano che fruga nei cassonetti straripanti, prostitute che si affacciano alla finestra, immigrati africani e donne dall’Anatolia, insegne al neon in arabo, un tekel (rivenditore di alcolici), una çöpçü (raccoglitrice di spazzatura) e un hurdacı (robivecchi). E l’immancabile blindato della polizia.

Negli ultimi anni la pressione sulla comunità LGBTQI+ è aumentata considerevolmente: il Pride di Istanbul, il più grande in un paese a maggioranza musulmana, è stato violentemente soppresso per il terzo anno consecutivo, mentre dal novembre dello scorso anno la prefettura di Ankara ha proibito qualsiasi evento o manifestazione LGBTQI+ a tempo indeterminato nella capitale.

Tarlabaşı occupa un posto particolare nell’immaginario comune di Istanbul e in particolare per la comunità LGBTQI+. Un tempo quartiere piuttosto benestante a maggioranza greca e armena, con la scomparsa dei suoi abitanti non musulmani nel corso del ventesimo secolo è decaduto e ha cambiato carattere, diventando rifugio per famiglie curde in fuga dalla guerra nel Sud-Est, prostitute transgender, immigrati dall’Asia, dal Medio Oriente e dall’Africa, spacciatori, giovani squattrinati e alternativi vari, tutti attratti dai prezzi contenuti e dalla posizione vantaggiosa a due passi dal cuore di Istanbul. Con l’apertura del viale negli anni Ottanta, grande arteria creata sventrando il tessuto storico, la cesura tra le luci del corso İstiklal e i bassifondi di Tarlabaşı si è fatta ancora più netta.

Nell’immaginario comune Tarlabaşı è tutt’ora sinonimo di illegalità, immoralità, impoverimento: uno spazio di marginalità al centro della metropoli. Il progetto di riqualificazione, un vero e proprio scempio urbanistico che ha visto la demolizione di dozzine di edifici e l’allontanamento di centinaia di famiglie, mira a gentrificare forzatamente il quartiere. In corso dal 2012, una prima fase del progetto sta per concludersi nonostante una sentenza l’abbia giudicato illegale l’anno scorso, pochi mesi dopo che era stato ribattezzato Taksim 360 da Tarlabaşı 360 – il che la dice lunga sullo stigma associato al nome del quartiere.

Per Dramaqueer, dunque, essere a Tarlabaşı “è un altro modo di dire ‘noi da qui non ce ne andiamo’, significa proteggere questo luogo queer”, nelle parole di Metin Akdemir, l’autore del collage. “Non sarà questo progetto a cambiare Tarlabaşı: noi crediamo che sarà Tarlabaşı a cambiare questo progetto… che diventerà parte del quartiere.”

Tarlabaşı is burning non sarà la mostra più sbandierata della stagione a Istanbul, ma si tratta di un evento significativo e incoraggiante se prendiamo in considerazione il clima politico attuale e la sua collocazione nella città. A proposito di bandiere, il giorno dell’inaugurazione della mostra gli organizzatori hanno esposto una bandiera arcobaleno sul balcone che dà sul viale. Nel giro di un’ora la polizia gli ha intimato di ritirarla. (Francesco Pasta)

Tarlabaşı is burning
Tarlabaşı Bulvarı No: 232, Beyoğlu, Istanbul
fino al 25 novembre

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