Turchia, cultura e società

Dedicato

in Racconto/Società

Uno scritto di Ethem Baran

Dedico questo scritto
al giovanotto scapestrato, alto e magro, con i pantaloni calati sotto al sedere, i capelli scarmigliati come fosse scappato via dal barbiere a metà lavoro, che un giorno, mentre cercavo di guardare senza gli occhiali da lettura il messaggio che mi era arrivato sul telefono, camminando tra la folla dopo essere sceso dall’autobus insieme agli altri passeggeri, mi ha spinto da dietro dicendo “Cammina un po’, zio!” e mi è passato a fianco furioso mentre guardava il telefono in maniera più esperta della mia;
al tipo vestito come uno straccione fermo davanti al bancomat a pensare, come se vedesse l’apparecchio per la prima volta o come se lo stesse reinventando in quel momento; che avendo esaurito il tempo assegnato per leggere il menu, lo stesso da anni, invece di chiedere del tempo supplementare ritira la carta e la infila di nuovo, ricominciando da capo, senza preoccuparsi della coda formatasi alle sue spalle durante lo stesso lungo viaggio, e per il quale, quando non potendone più ho allungando il collo per leggere l’estratto conto, ho fatto piovere bestemmie contro l’istituto che gli dà uno stipendio almeno doppio del mio e di quelli come me;
alla donna impassibile che al supermercato, davanti alla cassa, osserva la commessa strisciare i suoi acquisti, e quando, dopo che questa ha terminato, riesce a ultimare il riempimento delle buste con movimenti al rallentatore, cerca il portafoglio nella borsa, non lo trova e lo ricerca, non lo trova e lo ricerca, e una volta trovato pensa a lungo a quale carta estrarre per poi digitare il codice diffidente come stesse per svelare il più importante segreto al mondo;
al tipo che facendo manovra ha strusciato contro la mia auto parcheggiata, perché sapevo cosa sarebbe potuto succedere, nel luogo più lontano e meno affollato del parcheggio del centro commerciale, e agli altri conducenti e passeggeri degli altri mezzi che aprendo lo sportello come orchi hanno trasformato la mia povera carrozzeria in un colabrodo;
alla bestia che mentre avanzo tranquillo nella corsia di destra rispettando i limiti di velocità e in santa pace, con la corsia centrale e quella di sorpasso libere, mi segue dietro dietro sfanalando;
al pizzicagnolo all’angolo dove ogni giorno compro pane e giornali, che nonostante si intrattenga in lunghe chiacchiere scherzando con i vicini, non si degna di accogliere il mio saluto;
al barbiere che frequento da anni, e con il quale a parte le conversazioni d’obbligo non abbiamo mai scambiato una sola parola e che non mi ha mai chiamato con il mio nome;
alla ragazzina viziata seduta nel posto davanti al mio che ha smerdato tutto il film non spengnendo mai il telefonino nonostante i miei avvertimenti;
al signore che credo cerchi una raccomandazione per la quota del pellegrinaggio alla Mecca ma non è ancora diventato haji, che all’uscita del sermone del venerdì a cui partecipo di tanto in tanto raccoglie aiuti per “Gli usignoli del Corano”, i bambini che studiano ai corsi coranici, e mi guarda con odio senza rispondermi quando gli chiedo “Ma questi bimbi non ce li hanno i genitori? Perché non gli pagano le lezioni e chiedete aiuto a noi? Ma io, quando mando mio figlio a un qualunque corso, vi chiedo i soldi?”;
al bastardo che mi ha fatto impazzire al parcheggio quando, dopo essere salito sulla sua auto, ho pensato stesse per andarsene, ma si è messo a tergiversare con qualcosa, come fosse impegnato in un rituale lungo quarantottore, e non c’è stato verso che mettesse in moto;
e a molti altri come lui i cui nomi e contributi non saranno qui enumerati.

Se non ci fossero stati loro, neanche questo scritto sarebbe esistito.


 

Traduzione G. Ansaldo

Dedica è uno scritto di Ethem Baran pubblicato sul primo numero della rivista bimestrale “Ecinniler” (I Demoni) che ha per titolo “La letteratura alla prova con internet” (gennaio-febbraio 2020). Diritti riservati per la traduzione italiana ©Kaleydoskop, 2020.

Ethem Baran (Yozgat, 1962-) è scrittore, saggista e critico. Alla prima raccolta di racconti pubblicata nel 1991 hanno fatto seguito altre sette raccolte di racconti, tra cui Dönüşsüz Yolculuklar Kitabı (Il libro dei viaggi senza ritorno) insignito del premio Yunus Nadi nel 2005 e tre romanzi. Scrittore delle periferie del paese, del mondo anatolico e delle città lontane dal centro, scrive di ricordi, di silenzi e dei dimenticati con un’ironia e uno sguardo che scende all’essenza delle cose. “Mi piace utilizzare gli uccelli e la parola ‘sartoria’ come metafora. Hanno qualcosa che rinforzano la mia mano in quanto scrittore. Offrono un ricco universo di immagini innanzitutto. E poi come si fanno a escludere dall’universo della scrittura le bellezze di questo mondo che gironzolano sul balcone, che rinfogliscono gli alberi nel nostro giardino?”

Illustrazione di copertina di ©Sevda Kaçtı

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