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Talking “turkey”: il tacchino in Turchia e nel mondo

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A partire dal mese scorso il termine ‘Türkiye’, ovvero ‘Turchia’ in turco, sostituisce ufficialmente il ‘Turkey’ inglese nel linguaggio internazionale. In Turchia il passaggio a ‘Türkiye’ è stato stabilito dal presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan nel dicembre 2021, diventando rapidamente effettivo. Infatti, già nei primi mesi del 2022 il nome del paese in inglese è diventato ‘Republic of Türkiye’, così come la formula sui prodotti di esportazione è stata modificata in ‘Made in Türkiye’. A inizio giugno le Nazioni Unite hanno accolto con effetto immediato la richiesta della Turchia di adottare formalmente il nome turco, sancendo così l’utilizzo della dicitura originale a livello internazionale.

Tra le motivazioni che hanno spinto Ankara verso questa decisione sembrerebbe esserci la volontà di dissociare l’immagine del paese da quella dell’animale suo omonimo in inglese, il tacchino. Proponiamo di seguito un articolo dello storico Giancarlo Casale sulle radici di questo caso di omonimia.


Da dove trae origine la parola inglese ‘turkey’, tacchino? Questa domanda apparentemente innocua mi venne in mente una mattina realizzando che le vacanze erano di nuovo vicine.

Dopo tutto, pensai, non esiste niente di più americano di un tacchino, la cui carne ha anche salvato dalla fame i pellegrini durante il loro primo inverno nel New England. Ed è per gratitudine, se così si può dire, che noi li mangiamo per la cena del Ringraziamento, poi a Natale e li divoriamo nei panini tutto l’anno. Anche un bambino di quarta elementare potrà dirvi che Benjamin Franklin andava matto per il ‘wild turkey’ (tacchino selvatico), tanto da aver sostenuto una campagna per farne il simbolo degli Stati Uniti al posto dell’aquila testabianca.

E allora come ha fatto una creatura simile a prendere il suo nome da un paese di medie dimensioni del Medio Oriente? Mi chiedevo: è stata solo una coincidenza?

Il giorno seguente accennai le mie elucubrazioni al mio padrone di casa e a sua moglie, brasiliana. “Questo è buffo” disse lei. “In portoghese la parola per ‘tacchino’ è ‘peru’”. Stesso volatile, diversi paesi…

Con la mia curiosità ormai stuzzicata decisi di andare direttamente alla fonte. Il pomeriggio stesso trovai una persona originaria della Turchia e gli chiesi come si diceva ‘tacchino’ in turco. “Beh, i tacchini noi li chiamiamo ‘hindi’, che vuol dire ‘dall’India’…” India? La cosa stava diventando bizzarra.

Così passai i giorni seguenti a cercare di individuare la parola ‘tacchino’ in tutte le lingue che mi venivano in mente, e più ne trovavo più la questione diventava strana. In arabo, per esempio, il tacchino si chiama ‘uccello etiope’, mentre in greco è ‘gallapoula’ o ‘ragazza francese’. In persiano, invece, è ‘buchalamun’, che vuol dire, in modo piuttosto appropriato direi, camaleonte.

In Italia, d’altro canto, l’animale in questione si chiama ‘tacchino’ che, mi assicurarono i miei parenti italiani, null’altro identifica se non il pennuto. “Ma” aggiungono “questo ci fa venire in mente qualcos’altro… In Italia chiamiamo il grano, che come tutti sanno viene dall’America, granturco o grano turco”.

Eccoci di nuovo in Turchia! E come se la cosa non fosse già abbastanza confusa, una successiva consultazione con il mio informatore turco mise in luce che i turchi chiamano il grano ‘mısır’ che è anche la loro parola per dire Egitto!

A questo punto, tutta la faccenda stava chiaramente sfuggendo di mano. Ma perseverai e proprio quando stavo per perdere la speranza di trovare il bandolo della matassa un disegno sembrò emergere da questo disorientante labirinto.

Venne fuori che in Francia la parola per ‘tacchino’ è ‘dinde’, che significa ‘dall’India’, come in turco. Un simile significato era presente sia in tedesco che in russo, quindi ero chiaramente vicino a qualcosa.

La chiave, pensai, era tutta nello scoprire come venivano chiamati in India i tacchini, così contattai la moglie di un mio amico delle scuole superiori, originaria di una antica famiglia bengalese, e le feci la domanda a bruciapelo.

“Oh,” disse, “in India non abbiamo tacchini. Vengono dall’America, lo sanno tutti”.

“Sì,” insistei, “ma come li chiamate?” Rispose: “Ma noi non li abbiamo”.

Non era di grande aiuto. Tuttavia continuai: “Guarda, una parola dovete pur averla. Diciamo che state guardando un film americano tradotto dall’inglese e che gli attori stanno parlando di tacchini. Come li chiamate?”. “Dunque…credo che in quel caso diremmo solo la parola americana ‘turkey’. Come ho già detto, da noi non ci sono”.

E così ero giunto al capolinea. Cominciai a realizzare che mi ero imbattuto in un problema la cui soluzione superava le capacità delle mie limitate risorse. Certamente avevo bisogno di una seria assistenza professionale.

Il giorno dopo fissai un appuntamento con il Prof. Şinasi Tekin dell’Università di Harvard, un filologo ed esperto di lingue turche di fama mondiale. Se c’era qualcuno in grado di aiutarmi, questo era proprio il Prof. Tekin.

Sapevo, entrando nel suo ufficio il martedì seguente, che non sarei rimasto deluso. Il Prof. Tekin aveva un viso pieno di rughe, un viso da nonno con una barba bianca, folta e sapiente, ed era circondato da pile e pile proprio di quei libri corposi e pesanti che sicuramente contenevano la soluzione del mio assillante mistero turco. Mi presentai e mi sedetti in trepida attesa di una bella dose di erudizione.

“Vedi,” disse “in Turchia esiste una specie di uccello chiamata ‘çulluk’. Somiglia al tacchino ma è molto più piccolo e la sua carne è veramente deliziosa. Molto prima della scoperta dell’America, i mercanti inglesi avevano già scoperto il gustoso ‘çulluk’ e avevano iniziato a esportarlo in Inghilterra, dove divenne molto popolare e conosciuto come ‘uccello turco’ o ‘turkey’. In seguito, quando gli inglesi arrivarono in America, confusero gli uccelli ivi presenti per i ‘çulluk’ e così iniziarono a chiamarli ‘turkey’.

Ma gli altri popoli non erano così facili da ingannare. Sapevano che questi nuovi uccelli provenivano dall’America e così iniziarono a chiamarli ‘uccelli dell’India’, ‘uccelli del Perù’ o ‘uccelli dell’Etiopia’. Come vedi, ‘India’, ‘Perù’, ‘Etiopia’ erano tutti nomi comunemente usati per indicare il Nuovo Mondo all’inizio del secolo scorso, sia perché le persone avevano una conoscenza più confusa della geografia sia perché ci volle un po’ di tempo prima che il nome ‘America’ si affermasse.

“In ogni caso, sin da quel momento gli americani iniziarono a esportare questi uccelli ovunque e persino in Turchia le persone iniziarono a mangiarli, dimenticando del tutto il loro delizioso ‘çulluk’. E questo è un vero peccato perché la carne di ‘çulluk’ è molto, molto più gustosa”.

Il Prof. Tekin sembrava sinceramente triste mentre mi spiegava tutto questo. Feci del mio meglio per confortarlo e provai a esprimere il mio rammarico per l’ingiusto destino del delizioso ‘çulluk’.

Tuttavia, nel profondo, ero entusiasta. Finalmente avevo trovato una soluzione a questo problema festivo e sarei riuscito a godermi di nuovo il piatto forte della mia tradizionale cena del Ringraziamento senza riserve.

Se solo ora riuscissi a scoprire perché quei piccolissimi cani vengono chiamati Chihuahua…


PS. Ho scritto questo articolo quando ero uno studente magistrale, più di 20 anni fa. Senza il mio consenso è stato pubblicato su internet per poi apparire su innumerevoli siti web in molte lingue, come anche in numerosi giornali turchi, molto spesso senza l’indicazione del mio nome. Per molti anni a seguire mi è stato perfino ingenuamente inviato da colleghi e amici durante il periodo delle vacanze, senza che fossero minimamente a conoscenza che l’autore fossi proprio io. Ma ora è passato un bel po’ di tempo dall’ultima volta che ho visto qualsiasi riferimento ad esso, così ho pensato di pubblicarlo qui. Buona Festa del Ringraziamento!

Giancarlo Casale

Traduzione di Virginia Ripi e redazione

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