Turchia, cultura e società

Rimbaud, punk e libertà: Birol Ünel

in Schermi

Due mesi fa, il 3 settembre, ci ha lasciati Birol Ünel, attore che ha fatto della sua inquietudine il talento e la forza del suo lavoro. Era nato in Turchia nel 1961, nello stesso anno in cui la Germania occidentale siglava un accordo con il governo turco per il reclutamento di manodopera operaia, in modo analogo con quanto aveva già fatto con l’Italia e poi con tutti i paesi dell’Europa meridionale (Spagna, Portogallo, Grecia e la Jugoslavia) per poter fornire tutta la sua struttura produttiva di mani e corpi destinati alla ricostruzione e al successivo miracolo economico. Dopo pochi anni, nel 1968, aveva seguito la sua famiglia in Germania per cominciare una nuova esistenza in anni difficili in cui il sogno migratorio di molti vacillava nel ritmo delle catene di montaggio, sotto la durezza della quotidianità tedesca ma anche nell’impossibilità di ritorno in un paese, la Turchia, in cui da un lato i colpi di Stato e la militarizzazione della società, dall’altro la violenza politica e ancora la crisi economica non permettevano più di immaginarsi un futuro. Come molti altri, scrittori, poeti, registi, ha forse cercato nell’arte e nel linguaggio del corpo un modo di rispondere alle cesure brusche dell’esistenza e di sfuggire alle etichette e alle immagini stereotipate. Chiunque l’abbia visto in Gegen die Wand, il film di Fatih Akın malamente tradotto in italiano come La sposa turca, non può non essere rimasto sorpreso/a dall’irrequietezza del suo personaggio e dall’incapacità di fargli corrispondere un’immagine prestabilita di uomo di una comunità turca troppe volte descritta come omogenea e rigida. L’incontro con Fatih Akın, più giovane di lui ma con alle spalle una storia analoga di famiglia segnata dalla migrazione, era stato sicuramente molto fortunato ed è riuscito nei diversi film a emergere nel racconto di esistenze tormentate in cui però la costruzione di soggettività mette in crisi rigidità e facili descrizioni identitarie. Ricordiamo Birol Ünel con un articolo di Can Öktemer che scrive di cinema sul quotidiano online Gazeteduvar.


Andiamo! La marcia, il fardello, il deserto, il tedio e la collera
Rimbaud

 

Riuscire a essere liberi in un mondo definito da limiti e rigide regole richiede uno sforzo maggiore di quanto non si possa immaginare. Le strade che conducono alla libertà possono talvolta diventare una corsa “contro il muro” (“Gegen die Wand”, titolo originale del film La Sposa Turca, N.d.T.). In uno scenario simile, sono pochi quelli che, scegliendo di non scendere a patti con nessuno, riescono a impostare la rotta della propria vita senza calcoli né giustificazioni, pagando la maggior parte delle volte un caro prezzo, e a continuare per la strada in cui credono. So che può suonare obsoleto e romantico, tuttavia, a me sembra che nel flusso di una vita in cui l’esistenza è percepita come un percorso, le voci di chi è incline alla libertà e all’idealismo e sceglie la propria direzione sono proiettate ancora di più verso il futuro.

Birol Ünel, che la scorsa settimana inaspettatamente ci ha lasciato, ben corrispondeva a una tale descrizione. Forse proprio per questo motivo il suo passaggio nel mondo è stato tanto straordinario. Senza “recitare” neppure una volta, né sulla scena né nella vita reale, senza fare buon viso a cattivo gioco, ma esprimendo le sue convinzioni, ha attraversato e abbandonato questo mondo. Incurante delle carte d’identità, delle bandiere e delle appartenenze alla nazione, come espresso nei versi di Rimbaud ha perseguito una strada alla ricerca della libertà durante tutta la sua vita. Il girovagare era parte della sua esistenza. Né completamente tedesco, né completamente turco, qualunque lembo di terra calpestasse, se accanto a lui c’era qualcuno che amava, era quella la sua patria; una sorta di animo nomade…

Nato a Mersin e emigrato in Germania, lascia la casa di famiglia all’età di 16 anni e si mette alla ricerca della sua strada. Nelle case occupate a Berlino colleziona storie dal sapore del romanzo “Negri Bianchi” (di Ingvar Ambjørnsen, N.d.T.), lavora come falegname… Poi, per una di quelle coincidenze che possono capitare solo a chi vive la strada, supera l’esame della scuola di Musica e Arti Sceniche di Hannover e debutta sul palcoscenico. La vita può avere un significato soltanto se è vissuta con passione e questa non ha posto migliore per esprimersi del palcoscenico. Birol Ünel prende parte a innumerevoli spettacoli teatrali. In seguito, si lancia nel cinema. A causa della sua testardaggine e del suo rapporto ostico con le regole, si trova talvolta in difficoltà con i produttori. L’incontro con Fatih Akın, che come lui proviene da una famiglia di emigrati, rappresenta un punto di svolta per la vita di entrambi. Figura prima in una piccola parte nel film A Luglio, poi è la volta de La Sposa Turca, che avrà un’ampia eco nel mondo del cinema. Il film racconta la storia di Cahit che tenta il suicidio e di Sibel che vuole combinare un matrimonio con lui per sfuggire alle pressioni familiari. La Sposa Turca è un film drammatico e autentico che parla delle radici, dell’amore e dell’attaccamento alla vita. Contiene spaccati della vita di Fatih Akın e di Birol Ünel, ma soprattutto traccia un parallelismo con quella di quest’ultimo. Il film riscuote un grande successo e arrivano i premi. Ormai i due raggiungono una fama internazionale. Le cose che cambiano per Birol Ünel non sono tuttavia molte. Continua a frequentare gli stessi luoghi e a condurre la stessa vita. Né stampa né altro sono per lui importanti. Rifiuta ad esempio i film commerciali dagli incassi esorbitanti, così come non prende parte a quelli al cui contenuto non crede. La vita continua nel modo in cui lui la conosce, senza yacht e appartamenti, ma con birra e dense conversazioni. Per chi si approccia alla vita in maniera appassionata, sia la recitazione sia “l’arte di vivere” acquistano un significato solo con l’autenticità e non impersonando un ruolo.

Punk is not dead 

Il ruolo di attore di Birol Ünel non è stato distante da quello che ha ricoperto nella vita reale. Questo spiegherebbe l’autenticità straripante dalle scene di ogni film in cui ha recitato. Un’autenticità che ha trovato corpo soprattutto nel vero e ribelle Cahit de La Sposa Turca, ritraendo in maniera sconvolgente sia il suo stato di distacco dal mondo che il suo tentativo di aderirvi grazie all’aiuto di Sibel. Guardare Sibel con un sorriso impacciato e pieno di ammirazione nella scena in cui lei prepara i tradizionali peperoni ripieni con il brano Yine mi cicek? in sottofondo mentre i bicchieri si riempiono di rakı, gettarsi in una rissa scatenata dalla propria gelosia mentre nel locale suona il pezzo Fırtınalar, apparire aristocratico e ribelle allo stesso tempo con il frac addosso, la birra in mano e tutta la rabbia, dire con tutta la convinzione “punk is not dead”, lanciarsi in una danza scatenata con le mani e le braccia ricoperte di sangue nella scena in cui capisce di essere innamorato di Sibel… Mentre probabilmente con qualcun altro tutto ciò sarebbe rimasto una messa in scena, con Birol Ünel diventava realtà.

Qual è il senso della vita in questo mondo fuori dai cardini? Cos’è che rende significative le nostre storie in mezzo al caos e al brusio che persistono come se non dovessero mai finire? Non credo sia possibile rispondere senza cadere nei cliché, ma per Birol Ünel credo che il senso della vita fosse nella ribellione e nella ricerca della libertà. Senza mai scendere a compromessi e, se necessario, prendendo la vita di petto, ha seguito imperterrito, tra lacrime e sangue, la sua strada. Anche nella politica era uno che, senza giri di parole, dava voce a quello in cui credeva. La critica cinematografica Yeşim Tabak sottolinea le somiglianze tra Birol Ünel e Neyzen Tevfik, Arthur Rimbaud, Jim Morrison, il kung fu e lo spirito nomade. In breve: ribellione, idealismo e libertà. Avvolto nel fumo della sua sigaretta Birol Ünel ci ha detto eyvallah, (va bene così), sicuramente le nostre strade si incroceranno da qualche parte.

[Can Öktemer – trad. Irene Cazzato]
Questo articolo è apparso originariamente in turco sul giornale online Duvar.

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