Turchia, cultura e società

Fantasmi e altri racconti: l’anno delle registe

in Schermi/Società

“Congratulazioni a quegli uomini”. È passato poco più di un anno da quando l’attrice e produttrice Issa Rae ha pronunciato questa frase annunciando le candidature all’Oscar come miglior regista. I candidati erano tutti uomini. L’espressione sul suo volto era frustrata ma non scioccata, questo è ciò che accade sempre. In 92 anni di storia degli Oscar, solo 5 donne hanno ottenuto una nomination come miglior regista e solo una l’ha vinto: Kathryn Bigelow, con il film d’azione maschio-centrico sulla guerra in Iraq The Hurt Locker.

La Turchia non fa eccezione quando si tratta di diversità e rappresentazione nel circuito delle premiazioni. L’Antalya Film Festival, il più longevo festival cinematografico del paese e l’evento più vicino agli Oscar in Turchia, dalla sua inaugurazione nel 1964 ha premiato solamente tre donne come miglior regista. Anche quando la commissione del festival cancellò la competizione durante un tumultuoso periodo di censura e un gruppo di registi progressisti organizzarono una Competizione Nazionale alternativa per due anni consecutivi, nel 2017 e nel 2018, il premio alla miglior regia non andò a una donna. Anche i numeri degli altri festival non sono migliori. L’Adana Film Festival conta solo 4 donne premiate come Miglior regia in 33 anni. L’Istanbul Film Festival, il più noto a livello internazionale, nei suoi 38 anni di storia ha invece assegnato premi soltanto a sei film diretti da donne.

Ma sembra che le cose stiano leggermente migliorando. I Gotham Awards, tra i primi precursori degli Oscar, si sono tenuti lo scorso 12 gennaio e tutte e cinque le nomination sono andate a donne. Il film vincitore, Nomadland, diretto da Chloé Zhao, è destinato a ottenere una candidatura agli Oscar come miglior film e potrebbe anche vincere. Anche la Turchia ha avuto un anno migliore. Hayaletler (Ghosts), il film di debutto di Azra Deniz Okyay, fresco di premiazione al Festival del Cinema di Venezia, ha vinto come Miglior regia e Miglior film all’Antalya Film Festival, una prima volta in tutta la travagliata storia del Festival.

Hayaletler racconta la storia di una giornata nella vita di tre donne: la ballerina Didem (Dilayda Güneş), l’addetta alle pulizie İffet (Nalan Kuruçim) e l’attivista Ela (Beril Kaya), tutte impegnate a ritagliarsi un proprio spazio in uno dei ghetti più difficili di Istanbul. Come se non fosse abbastanza, Okyay ambienta la storia durante un blackout a livello nazionale e ci fa sapere che la città “si è trasformata in una zona di guerra”. Le tre donne vivono sotto un assedio di fatto: forze di sicurezza, spacciatori, predatori sessuali e uomini corrotti sono in agguato in ogni angolo, mentre quella che la regista definisce “la generazione persa di Istanbul” cerca di esistere, come fantasmi che provano a vivere in una casa che non appartiene più a loro. Fantasmi più grandi e pericolosi assediano anche la città. Il razzismo contro gli immigrati, la gentrificazione, la crescita urbana e l’esclusione dei poveri, la disuguaglianza economica e sociale sono presenti in ogni scena, incalzano lo spettatore.

Nomadland ha fantasmi tutti suoi. Adattato dal saggio di Jessica Bruder, il film racconta la storia dei “proprietari di furgoni”, nomadi che vivono nei loro furgoni e si spostano per il paese per cercare un lavoro. Al centro della storia c’è Fern (Frances McDormand) che ha perso il lavoro e la casa quando l’azienda per cui lei e suo marito (ormai morto) lavoravano chiude. Fern viaggia di città in città a volte con un senso di libertà e di sicurezza di sé di una persona con una filosofia a cui attenersi (nessuna proprietà, nessuna sofferenza) e talvolta come una figura che è caduta vittima della spietatezza del capitalismo aziendale senza una vera sicurezza sociale o finanziaria. Simile a quelli della Okyay, i personaggi della Zhao vivono ai margini della società e sentono la minaccia della violenza costantemente presente. Terre sconfinate, cieli e natura circondano i nomadi, in contrasto con il cemento e le superstrade di Okyay. Tuttavia i fantasmi non abbandonano neanche loro: il sogno americano ora perduto e la classe media, il crollo finanziario del 2008, le vite passate, le case e le famiglie aleggiano nell’aria, rendendo alcune storie possibili e altre no.

Nomadland è a metà tra la fiction e il documentario, coinvolge persone reali per interpretare versioni di loro stesse. Ah Gözel İstanbul (Invisible to the Eye), l’ultimo film di Zeynep Dadak, si inserisce nello stesso spettro, sebbene sia più vicino al documentario. Il film, che ha ricevuto una menzione speciale nel 39° Istanbul Film Festival, segue il diario cittadino dell’intellettuale armeno del XVII secolo Eremya Kömürciyan e il suo itinerario nell’odierna Istanbul. Sebbene il tono non sia nostalgico o didattico, la netta differenza tra ciò che è descritto e ciò che la città è diventata spezza il cuore. Mentre la telecamera si muove nel quartiere che un tempo era la casa di greci, armeni e altre minoranze, i fantasmi dei morti si fanno conoscere. È difficile non avere l’impressione che gli onnipresenti fantasmi della violenza, della distruzione e del razzismo assedino la città e maledicano i residenti con le brutture che la circondano ora.

La voce narrante in Ah Gözel İstanbul è di un uomo, come Kömürciyan. Verso la fine del film vengono alla luce i diari di Asiye Hatun del 1640 e una commentatrice fa notare che è molto raro “ascoltare la voce di una donna che scrive in prima persona”. Da quel momento il narratore diventa una donna e rimarrà tale fino alla fine.

I premi sono obsoleti nel grande schema delle cose. Descrivere un’artista come una “regista donna” anche. Tuttavia i premi ci dicono quali storie sono raccontate, finanziate, distribuite e arriveranno nei cinema e sui nostri schermi. I premi creano una storia del cinema. Chloé Zhao, Azra Deniz Okyay, Zeynep Dadak e i loro bellissimi film sono ora parte di quella storia. E non solo loro. Bilememek (Not Knowing) di Leyla Yılmaz che ha vinto il premio per il Miglior film e per la Miglior regia al 27° Adana Film Festival, When I’m Done Dying di Nisan Dağ che ha ricevuto il premio Miglior regia al Tallinn Black Nights Film Festival, The Assistant di Kitty Green, First Cow di Kelly Reichardt, Never Rarely Sometimes Always di Eliza Hittman, Relic di Natalie Erika James, One Night in Miami di Regina King, Promising Young Woman di Emerald Fennel, sono tutti qui per rimanere.

Congratulazioni a queste donne.


Questo articolo, firmato Binnaz Saktanber, è apparso originariamente in inglese sul giornale online Duvarenglish.

Traduzione di Raffaela Beneduce.

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