Turchia, cultura e società

Yaşar Kemal, il cantore della Turchia

in Scritture

Il 28 febbraio 2015 ci lasciava Yaşar Kemal. Vi proponiamo un suo ricordo pubblicato sulla rivista Lo Straniero (n.178, aprile 2015) poco dopo la sua morte.


La Turchia ha perso il suo più grande scrittore. Il 28 febbraio è morto, all’età di 91 anni, Yaşar Kemal. Un ultimo pezzo di novecento. Cantore delle genti dell’Anatolia, era da sempre un uomo in rivolta. Nato nel 1923, agli albori della repubblica turca, in una famiglia curda trasferitasi durante la prima guerra mondiale in un piccolo villaggio dell’Anatolia, nella piana della Çukurova (la Cilicia). Quella stessa regione che, con i suoi campi e la natura selvaggia, gli odori e le sue pietre, sarà sempre il paesaggio in cui si muoveranno i giovani e coraggiosi eroi delle sue storie. Briganti come Memed il Falco (İnce Memed), protagonista della ‘Trilogia della montagna’ – in Italia pubblicata da Giovanni Tranchida Editore – grande narrazione di un ragazzo che va sulle montagne per opporsi all’oppressione e alle vessazioni dei grandi proprietari terrieri, gli agha. Il romanzo pubblicato in Turchia nel 1955, gli vale la nomina per il Nobel nel 1973. Un premio che non gli è mai riconosciuto, pur continuando a essere considerato un potenziale candidato, fino a quando le probabilità svaniscono dopo l’assegnazione a Orhan Pamuk nel 2006. Lui che ha fatto conoscere la letteratura turca in tutto il mondo, ha riscoperto la tradizione orale e cesellato una lingua nazionale ancora giovane, schiacciata tra le prescrizioni e la missione nazionalistica attribuitagli dalla riforma kemalista. Nei suoi romanzi Kemal riscopre la tradizione orale, le leggende tramandate di generazione in generazione e recitate dai cantastorie, recupera una lingua composta dalle sfumature della quotidianità e di una vita contadina che sarebbe stata di lì a poco trafitta dal sogno effimero della città e dell’industria. Racconta di persone comuni e semplici, delle loro piccole storie che sembrerebbero incastrate da secoli in un destino segnato di sottomissione, scandito nella sua perpetuità dal regolare ciclo delle stagioni e dei raccolti. E invece, lui riprende la ricchezza della loro lingua e apre altre possibilità, sovvertendo nei racconti un sistema di angherie e soprusi. Narra di insurrezioni e di rivolte, di alleanze basate sulla fiducia e non su denaro e paura, e di una profonda umanità. L’umanità la cui matrice unica e incorruttibile è, secondo l’autore, nell’infanzia. Perciò bisogna sempre avere rispetto per i bambini e conservare un ricordo di infanzia, sosteneva. Lo diceva lui che era rimasto, a cinque anni, orfano di padre, dopo aver assistito alla sua brutale uccisione. Nessuno come lui in Turchia è riuscito a raccontare meglio i bambini e i ragazzini, nella loro innocenza e inquietudine, nella purezza e nell’indignazione stupita per le ingiustizie subite. Di quella morte non se ne farà mai una ragione e la ricerca di un motivo diventerà la sua ossessione nel denunciare costantemente un sistema violento di repressione e sopraffazione.

Militante e quadro dirigente del partito dei lavoratori turco dai primi anni ’60, lascia il partito dopo l’invasione sovietica di Praga, senza mai abbandonare il marxismo. Da sempre difensore dei diritti dei curdi, per le sue opinioni politiche e le sue dichiarazioni pubbliche è più volte incarcerato, processato per incitazione all’odio e accusato di essere un traditore della patria. Solo nel 2008 riceve la massima onorificenza per la cultura assegnata dalla presidenza della repubblica turca, mentre colleziona sin dai primi anni della sua carriera turca i più svariati e prestigiosi premi internazionali, tra cui il Premio Cino del Duca e la Legione d’onore. In Italia, come altrove nel mondo, fino a una decina di anni fa era l’unico scrittore noto della letteratura turca, insieme soltanto al grande poeta Nazim Hikmet.

Yaşar Kemal appartiene a una generazione di scrittori oramai andata, secondo cui l’impegno politico e la scrittura non potevano che muoversi insieme e costruire linee narrative per un sovvertimento di un ordine costituito soffocante, repressivo, discriminatorio. Considerato il rappresentante più importante della letteratura socialista turca, che si afferma a partire dagli anni ’50, non dimentica mai le storie che hanno impregnato la sua infanzia, né tantomeno le sue terre. Lui che aveva cominciato a scrivere raccogliendo elegie e leggende tra le sue genti, lamentava che la letteratura contemporanea fosse ormai così staccata dalle persone, dal suo popolo. Per scrivere, bisogna sempre ritornare al villaggio, ripeteva. Le sue storie, nella loro eleganza stilistica, nella ricchezza linguistica e nella potenza delle immagini descritte, hanno avuto il merito di insegnare – in Turchia, ma non solo – cosa sia l’oppressione e l’ingiustizia e, soprattutto, a immaginare che, per quanto difficile, non bisogna rinunciare a combattere per mettere fine a ogni sopruso e a sistemi politici che reiterano forme di ingiustizia sociale disumane. (ln)

 

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