Turchia, cultura e società

Al cinema con le maschere antigas

in Schermi

Mentre è in corso a Istanbul l’undicesima edizione di Documentarist, il festival dedicato al cinema documentario, vi proponiamo un’intervista a uno dei fondatori del festival, Necati Sönmez, regista e critico cinematografico, realizzata nel 2013 mentre erano in corso le proteste nel parco Gezi. In quell’anno Documentarist – alla sesta edizione – fu letteralmente travolto dagli eventi di Gezi e gli organizzatori, quasi sul punto di annullarlo, decisero poi di trasformarlo in un evento di piazza.  

Così descriveva Necati Sönmez in quei giorni il festival Documentarist e l’atmosfera di allora:

Partiamo dall’inizio: come è nato Documentarist? Con quali obiettivi?

Documentarist è un’organizzazione che dal 2008 va alla ricerca di documentari di buona qualità in tutto il mondo e li proietta in Turchia. È nata su iniziativa di due persone e ora [nel 2013, ndr] a ogni edizione ci lavorano circa 30-40 persone. Nel 2008 consisteva in una settimana dedicata al documentario. Poi ogni anno è cresciuto sempre più. Al suo sesto anno è arrivato a svolgersi in otto luoghi diversi per sei giorni in orari differenti, proietta circa 90 film, ospita film provenienti da ogni angolo di mondo e dopo il festival organizza proiezioni all’estero, porta i film in altri paesi. Ma la missione di base è promuovere documentari di alto valore cinematografico, mostrarli in Turchia, sostenere la loro produzione in Turchia e portarli all’estero, far conoscere i registi e dare supporto alla giovane generazione di documentaristi che lavora in Turchia.

Perché i documentari in particolare?

C’è una ragione personale e una più generale. Per quanto riguarda quella personale per un lungo periodo vedevo film di finzione e seguivo la critica cinematografica, io stesso scrivendo come critico a tutti i festival che andavo – Berlino, Cannes, Venezia, Montreal… – mi capitava di vedere solo film di finzione. Al festival di Istanbul in una settimana vedevamo circa 50 film e nel giro di un anno mi sono chiesto cosa mi rimaneva di tutti questi film e ho realizzato che in realtà mi restava molto poco. Un giorno tra tanti film però mi è capitato di vedere un documentario di Agnès Varda, “The Gleaners and I” e mi si è aperto un mondo. Ho scoperto i suoi film precedenti e ho capito che il documentario era ciò che faceva per me. Questo a livello personale. Su un piano più generale credo che il cinema mondiale si stia orientando verso il documentari. I film di finzione stanno prendendo sempre più dal linguaggio del documentario. Registi di finzione come Werner Herzog o Wim Wenders o molti altri ancora hanno cominciato a girare documentari. Cosa che prima capitava molto di rado. I grandi festival d’un tratto hanno cominciato a dedicare sezioni al documentario sia perché la qualità di questi film si è molto elevata sia perché, dati i costi minori e la possibilità di produrli con meno mezzi tecnici, sono molti di più, tutti sono nella possibilità di fare documentari. E davvero molti sono belli. Certo ce ne sono anche di pessimi, ci sono persone che pensano di poter fare riprese e montaggio solo perché hanno una camera e un computer. Di base comunque c’è stata una svolta creativa nel documentario. Secondo me la diffusione di camere digitali ha influenzato molto di più il documentario del cinema di finzione. È chiaro anche qui ci sono stati cambiamenti radicali. Moltissimi film di finzione si girano con camere digitali. Ma i vecchi metodi funzionano ancora, nei saloni si proiettano ancora pellicole di 35 mm. A dire il vero è il linguaggio cinematografico che non ha subito forti cambiamenti, anche se si abbandonassero le pellicole il linguaggio non sarebbe molto diverso mentre con il cambiamento digitale il documentario è mutato moltissimo. Con telecamere piccolissime si entra nella vita quotidiana, nelle stanze da letto o comunque negli spazi più intimi, si riesce a entrare nella vita delle persone. Con camere minuscole si può essere anche invisibili ed è possibile afferrare anche immagini molto spontanee. Pensa la differenza tra un enome set cinematografico e una piccola camera digitale. Il documentario si è quindi diffuso, ha irretito anche noi. In Turchia poi è tutto ancora più nuovo. C’è una richiesta da parte degli spettatori ma non c’è spazio per le proiezioni. I festival hanno spazi molto limitati, e in televisione i documentari di creazione si trasmettono poco o niente. Per questo il festival era una cosa inevitabile, c’era un grande vuoto.

Che significato e che valore ha il documentario in Turchia?

Con il termine documentario si intende generalmente qualcosa di diverso da ciò che intendo io. Come festival proviamo infatti a spiegare che il ‘documentario’ è altra cosa da quella a cui comunemente si pensa. Se chiedi a delle persone per strada di parlarti dei documentari ti diranno della vita marina, di foreste selvagge, animali africani…cioè pensano innanzitutto ai documentari naturalistici anche se in questo momento il documentario può essere considerato uno degli ambiti più potenti del cinema mondiale. E di conseguenza vedere i documentari è un atto politico. Anche fare documentari è un atto politico. Il documentario è l’ambito più politico del cinema, perché spiega un problema, comunica un messaggio, dà voce a masse senza voce, si mette in ascolto e diventa lo strumento per far ascoltare il loro messaggio. Se non avesse questo valore non farei documentari oppure non sarebbe una cosa che sentirei così forte. L’80/90% dei documentari hanno un argomento politico, tratta della la questione dei diritti umani, delle violazioni di questi diritti… ovviamente anche seguire, interessarsi ai documentari è un atto politico. Per questo gli spettatori di documentari sono attivi o sono spettatori che hanno un potenziale politico.

In Turchia i documentari hanno spesso aperto la strada a dibattiti e discussioni politiche…

Faccio subito un esempio a proposito, il massacro di Dersim (Dersim 38, Çayan Demirel, 2006) oppure altri temi rimasti sepolti sotto le macerie della storia in Turchia: su questi temi i primi a rompere il silenzio sono stati i documentari. Sul carcere di Diyarbakir (Diyarbakır 5 Nolu Cezaevi, Çayan Demirel, 2009) perché si aprisse un dibattito pubblico e si rompesse il silenzio c’è voluto un documentario. In seguito i media hanno cominciato a parlare di questi temi. Ancora, sulla questione della proibizione di parlare la lingua curda in Turchia c’è stato un bel documentario capace di parlarne in modo molto efficace, İki dil bir bavul (Orhan Eskiköy/Özgür Doğan, 2008). Quello che voglio dire è che spesso per dei temi di cui si discuteva in ambito accademico a livelli alti ma che non riuscivano ad arrivare a un pubblico più ampio, è stato grazie a dei film che sono entrati nella vita quotidiana e hanno toccato tutti, cioè grazie a una storia più semplice, a una narrativa più accessibile.

I documentari svolgono una funzione molto importante per rompere i tabù. Anche in Turchia è stato così. Da quando è stata eliminata la censura nel cinema in Turchia è trascorso molto tempo: si dice che è dagli anni Ottanta che non c’è la censura. Ma ci sono ancora documentari che vengono proibiti. Alcuni anni fa è stato proibito un documentario. Cosa spiega questa paura, se non la paura del documentario?

L’edizione di quest’anno ha assunto un carattere particolare. Il festival è stato travolto dagli eventi. Già i poster sembravano presagire qualcosa…

Quest’anno è stato un anno molto interessante. In generale seguiamo da vicino gli eventi politici, l’anno scorso ad esempio (2012, ndr) abbiamo dedicato una sezione alla Grecia, perché c’erano stati moltissimi documentari che raccontavano la crisi economica e le proteste che ne erano seguite. In generale ci sono sempre temi politici che prevalgono, anche quest’anno è stato così e c’erano diversi argomenti che volevamo trattare, come ad esempio la situazione in Brasile. Quindi ovviamente proiettiamo film che descrivono questioni politiche anche se deve contare pure il valore e la qualità del documentario. Abbiamo deciso di dedicare una sezione al Brasile perché il Brasile ha una buona produzione di documentari, e poi di invitare un regista che riteniamo molto bravo, Alan Berliner, che  non è però un cineasta politico. È un regista che gira film personali, su storie che ruotano attorno a se stesso, alla sua famiglia, che rivolge la camera verso di sé. Nonostante tutto questa edizione è diventata quella più politica della nostra storia. Il giorno dell’inaugurazione, il 31 maggio, è stato il giorno in cui si è accesa una scintilla come mai era accaduto nella storia della repubblica.
Mentre stavamo sul punto di annullare l’apertura del festival, abbiamo invitato i nostri ospiti ad andare al parco Gezi. La prima grande azione si è svolta in quel giorno e anche i nostri ospiti erano lì. Registi che non fanno politica direttamente come Alan Berliner si sono trovati improvvisamente a Istanbul in una situazione politica. Dopo di che sappiamo cosa è successo. In questo momento il festival chiude nel parco. Ha aperto lì e lì chiude. Siamo stati diretti testimoni della più interessante e strana esperienza di festival della storia. Mentre ad esempio eravamo in sala a vedere un film che mostrava una manifestazione allo stesso tempo provenivano voci di protesta dalla strada, e questi suoni, le voci delle proteste sullo schermo e quelle da fuori, si mescolavano. Finite le proiezioni andiamo al parco e i film della sera li proiettiamo là. Un’esperienza molto particolare che non dimenticheremo. Per tornare ai manifesti quest’anno abbiamo fatto ricorso alle maschere antigas…in modo ironico abbiamo anche noi fatto riferimento al gas. Questo perché mentre preparavamo il festival negli ultimi due mesi a Istanbul, in particolare a Taksim dove noi ci troviamo, non c’è stato nemmeno un giorno senza che si lanciassero gas lacrimogeni. Di tutto ciò i media internazionali non hanno fatto commento ma già allora ogni benedetto giorno convivevamo con il gas. Il nostro ufficio era a Tophane e chi veniva da Kabataş si trovava a respirare gas. Era diventata una cosa della nostra vita di tutti i giorni, da non credere. Sembrava fossimo arrivati a un punto che dovevamo vivere con le maschere. Così ci è venuta in mente questa idea e abbiamo fatto ironia sull’uso dei gas ma non avevamo previsto che proprio il giorno di apertura del festival si sarebbe rivelato attuale nel modo opposto in cui l’avevamo immaginato. Non potevamo sapere che si sarebbe realizzato quello che avevamo previsto: il gas che entra in sala durante una proiezione in sala. Quando l’avevamo pensato ci sembrava un’esagerazione. Della serie dai esageriamo, in modo ironico. L’ironia si è avverata. Mentre il primo giorno eravamo in sala a fare prove il gas è entrato in sala e siamo dovuti scappare. Ci siamo precipitati fuori e il gas ha completamente riempito la sala. Una fantasia inverosimile e assurda che è diventata realtà. Non so, forse come documentarista respiri l’aria attorno a te e ti fai un’idea. Certo, non posso dire che ci aspettavamo tanto ma era chiaro che sarebbe successo qualcosa.

Come si è svolto poi il festival?

I primi giorni ci sono state molte difficoltà. Non abbiamo potuto proiettare alcuni film. Ma poi abbiamo avuto continue richieste, tipo come e dove possiamo vedere questo o quel film… Abbiamo avuto qualche esitazione se annullare o meno. Alla fine abbiamo deciso di non annullarlo ma anzi di continuare e protrarlo. È durato tre giorni in più così che abbiamo potuto proiettare i film cancellati all’inizio. Per tre giorni abbiamo organizzato proiezioni gratuite, rinunciando a fare cassa. E la sera abbiamo previsto proiezioni all’aperto a Taksim. In altre parole abbiamo trasferito il festival in strada.

Com’è l’esperienza del festival nel parco?

Per ora abbiamo fatto due proiezioni e ne restano ancora 3-4 entro la fine del festival. Adesso ciò che attira più l’attenzione sono i trailer del festival, arrivano molti applausi per le maschere antigas. Poi abbiamo scelto dei film adatti alla situazione: corti, film sulle trasformazioni urbane, su proteste, rivolte e del resto gli spettatori sono pronti per vedere questi film. Per ora è andato benissimo. Ieri c’era una folla straordinaria. Certo, non troviamo sempre le condizioni ideali. Serve uno schermo grande, un impianto audio adeguato, le proiezioni all’esterno non sono facili. A volta proiettiamo su uno schermo minuscolo o se lo troviamo su uno più grande, migliore, varia. In genere se c’è molta folla e molto rumore aspettiamo. È successo anche che si è fatta l’1.30 di notte per una proiezione. Ma in genere le persone sono interessate a vedere il film, ci sono tante persone però mettersi di notte a vedere un film è un’altra esperienza. Tutti vogliono farla.

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