Turchia, cultura e società

Succede a Beyoğlu

in Racconto

Un romanzo di Cihat Duman

Che cosa triste è potersi svegliare. L’ennesima speranza di poter morire andandosene nel sonno scompare. Prendo un profondo respiro, mi piace il primo respiro che brucia i polmoni appena sveglio. Quanti mesi sono passati? È da una settimana che non riesco a tenere il conto, forse sei mesi e mezzo. Avrei dovuto spedire la lettera? Quella lettera che persino io ogni volta mi vergogno a rileggere. Ho pensato, mi sono versato del tè, ho aperto twitter, in piazza i TOMA hanno sparato acqua su un vecchio e l’hanno fatto ruzzolare. Rifaccio partire il video dall’inizio nel momento in cui il vecchio prende a pugni i TOMA gridando “Questa non è giustizia, questo non è Stato”, gli si sono staccati i piedi da terra di almeno trenta centimetri, poi come se niente fosse si è rialzato e ha continuato a urlare. Quante settimane saranno passate esattamente? Sono venticinque settimane che non la vedo, né lei scrive a me, né io scrivo a lei. Non sono neanche riuscito a inviarle la lettera a Nazlı, non so perché non l’abbia fatto. Credo che una lettera mai spedita sia più attraente di una lettera mai scritta. Chissà cosa fanno Ali e Özlem, forse verranno alla conferenza stampa e porteranno Zeynep. Chissà se ci guarderemo ancora intensamente, distogliendo gli occhi l’uno dall’altra… Uscire a comprare il pane mi fa fatica. Ho spento il tè e sono andato al forno. Un attimo! Ce li ho i soldi? Sì, quanti bastano. Fa molto caldo, caldo al punto da far felici le donne di Tarlabaşı che usano la carrucola per stendere la biancheria da una finestra all’altra. Passo sotto i panni stesi, in mezzo ai colori. Da uno dei canali accesi della televisione nessuna notizia riguardo gli avvenimenti che vediamo su twitter.
“Capo, cos’è successo stamani, c’è confusione in giro” chiedo al fornaio, “C’è stato un po’ di movimento, nemmeno io ho capito,” dice. “Non c’è un altro canale di notizie, che vediamo un po’ cos’è successo?”, dico io, cambia i canali, su uno trasmettono un documentario sui pinguini. “Fermo” dico, “Fermo, ecco, questi animali mi fanno impazzire, mantengono la calma anche nei momenti più brutali.” D’un tratto sono felice come un bambino, persino i canali di notizie trasmettono documentari, che bello. Magari ci fossero anche documentari sui serpenti e sui leoni. Infilo la forchetta di plastica sul börek addolcito con lo zucchero a velo, si spezza, raccolgo il frammento e lo butto nel posacenere. “Capo, posso avere un’altra forchetta?” Ne porta due al tavolo, i pinguini si sono radunati, discutono di qualcosa, i maschi portano in giro i cuccioli sulle zampe, le femmine vanno in cerca del cibo. In natura succede di tutto, impossibile ostacolarla.
Sono uscito e mi sono diretto in piazza. C’è gente seduta a terra in segno di protesta. Aspettano qualcosa accasciati sotto quel caldo. Probabilmente è qui che si terrà al conferenza stampa. Mi siedo sul romanzo che sto leggendo, Il mio ultimo capello nero di Fornier ,perché non mi venga lo stimolo di fare pipì. Intanto mi guardo intorno per vedere se incrocio qualcuno che conosco. Attori di sinistra di brutte serie televisive, stupidi e imbecilli attori protagonisti di grandi e ricche produzioni, vecchi modelli, simil-studentesse che vengono sempre a mangiare al ristorante, tutti seduti a gambe incrociate nel proprio circuito. Che tipi avventurosi, esaltati istigatori, vediamo se vengono anche i nostri letterati… Ma come fanno a tagliare gli alberi, chi si credono di essere, persone che si allungano telefonini a vicenda, sì cara, ieri notte, sì l’ho visto, sì sì, hai visto questo? Chi assume posizione sbagliate scoprendosi troppo, trecento piccoli borghesi aspettano seduti la conferenza stampa.
D’un tratto esplode il richiamo dell’imam per la preghiera del venerdì. I credenti che aspettano che passi il tempo seduti nella strada laterale della piazza si ricompongono. Appena finisce il richiamo un parlamentare con un turco sgangherato comincia a parlare: “Cari amici, ci siamo riuniti qui oggi per discutere di cosa può fare l’avidità del potere accecato da tutto il resto, vogliono distruggere questo parco per costruire al suo posto un centro commerciale, qui dove sorgeva la Caserma Taksim, amici, vi pare che ci sia un altro spazio verde qui?” D’un tratto un poliziotto dall’altoparlante: “Siete avvisati, se non vi disperderete immediatamente saremo costretti a intervenire”, dice, e perché il meccanismo di spargimento d’acqua del TOMA funzionasse meglio lo rimetteva in moto spruzzando gas. Erano passati appena pochi secondi quando pistole a aria compressa a lunga gittata hanno cominciato a spararci addosso. Oh cazzo… Ho cominciato a farmela sotto. Il parlamentare è caduto per il colpo ricevuto sulla spalla, poi il gruppo che mi stava davanti si è alzato per scappare e ha cominciato a calpestarmi. Se non mi alzo ci rimango, ho pensato e ho cominciato a correre verso la discesa Kazancı in una nuvola di gas bianchissima senza prendere il libro che avevo sotto il sedere. Senza riuscire a prendere fiato, mozzato, ohooo, ohhooo. In quel momento sono inciampato nelle reti di protezione dei fiori nel parco che circondavano la statua di Atatürk, sono caduto, non vedevo niente, non sapevo se la polizia ci stesse inseguendo, tossivo ogni volta che prendevo fiato, mi si strappava la gola. Gli occhi d’altronde non si aprivano, e se si aprivano non vedevano altro che polvere. Con un ultimo sforzo mi sono rialzato e ho cominciato a correre tossendo di continuo. Il fumo è diminuito, la folla dispersa ha svuotato Taksim da diverse strade, è esattamente in quel momento che la questione è cominciata a diventare per me una questione di vendetta. La ragazza che avevo conosciuto a un concerto, che somigliava alla ragazza di quel film francese, Toutou, spargeva un liquido sulle persone che le si avvicinavano con un affare che somigliava allo spruzzino per pulire i vetri. La bocca storta, mi sono avvicinando tossendo, mi ha spruzzato una cosa bianca prima nell’occhio sinistro, poi nell’occhio destro, infine in bocca. “Grazie, grazie tante” le ho detto accasciandomi ai piedi di un muro. Dopo nemmeno un minuto la polizia ha cominciato a tirare lacrimogeni dalle scale sul lato sinistro questa volta, la gioventù seduta che cercava di calmarsi non aveva neppure finito di scrivere i tweet che è cominciata a scappare. La folla è scorsa verso Cihangir da dietro Taksim, e io insieme alla massa ho cercato di disperdermi nel viale posteriore non riuscendo a placare la rabbia che avevo in corpo quando, cosa vedo! La polizia con due TOMA attacca tutti quelli che gli capitano davanti facendo su e giù lungo il viale. La folla di poco prima d’un tratto era diventata dieci volte più numerosa, la rabbia si era trasformata in peste e aveva contagiato tutti. Fammi vedere sul telefono cosa sta succedendo, mi sono detto, immagini, scontri, richieste di aiuto, chi diceva, ‘ma ti pare possibile?!’, i social media avevano lasciato perdere tutto, si erano concentrati su Istiklal, su di noi.
Non me lo sono lasciato sfuggire, anche io ho scattato una fotografia, proprio mentre la polizia attaccava la folla, col mio telefonino ho inviato l’immagine in America. A furia di ritweet, di follower, YEES. Proprio in quel frangente una pietra lanciata dalla strada di fronte mi è caduta accanto, non ho avuto il tempo di dire “Ma chi è questo imbecille!” quando ho capito che la polizia non ci attaccava solo con proiettili di plastica e gas ma anche con pietre per non avere da preoccuparsi delle prove, ho alzato i tacchi, mi sono mescolato alla folla riunita davanti all’associazione Erol Dernek.
“Avanzano maschere antigas?”
Me ne hanno data una delle più scrause, prima di indossarla ci hanno versato dentro un po’ di aceto, mi si è aperto il cervello. Non erano molti a dire il vero, se in ogni strada che incrociava Istiklal ci fosse stata una folla grossa quanto la nostra e si fosse intrattenuta la polizia, si sarebbe potuto raggiungere la piazza, da lì entrare nel parco e impedire il taglio degli alberi. Sì ma chi poteva farlo? Si poteva rovesciare la polizia, vincere il governo? Non si ferma facilmente una gioventù insanguinata. Il senso di conservazione del quartiere premeva forte. Tipi con la maschera sul volto hanno cominciato a trascinare verso l’imbocco delle strade tutto ciò che gli capitava davanti. Veloci, veloci, veloci, bidoni della spazzatura, dispositivi urbani, tavoli, assi dei cantieri, questo mondo e quell’altro era rovesciato e trascinato, trascinato nei luoghi del fanatismo. E non solo trascinato, dato alle fiamme, si levavano fumi. Ma è lei? Lo stesso colore dei capelli, non avesse la maschera si vedrebbe il naso, no, non è, anche l’altezza non è la stessa, che cosa ci fa qui, è una paurosa, cosa ci fa qui? In due tre ore la polizia era stata allontanata dal viale ma non si riusciva a liberare piazza Taksim. Ho visto una ragazza gridare “Cani!”, boom, dopo che la granata stordente ci è caduta proprio accanto ha cominciato a distruggere un bancomat della banca statale con una pietra. Non guardava dove colpiva, ma là dove sono gli alieni, gli occhi una pozza di sangue, un culo straordinario sotto i leggings.
Ho distolto subito la testa, mi sono infilato nella strada del nostro ristorante; con la porta chiusa guardavano i manifestanti da dietro il vetro. Anche Izzet era dentro, vedendomi è uscito, subito dopo aver detto: “Quanto ci danno? Veniamo anche noi”, un altro lacrimogeno ci è caduto davanti dopo aver sbattuto contro l’insegna del ristorante. Con tutta forza ci siamo messi a correre indietro, verso le profondità della strada, “Ma che ci danno, imbecille, è da stamani che assaltano il quartiere senza ragione, te ne vuoi stare a guardare?” Non ci è stato permesso di scappare, appena sono iniziati gli slogan “vieni, vieni, vieni” le ragazze hanno cominciato a portare pietre, ce le hanno tirate davanti, Izzet, da buon originario di Akçadağ, come ha visto le pietre ne ha presa immediatamente una, ha allungato la testa dalla strada, si è teso all’indietro e con le sue braccia lunghe ha lanciato la pietra verso la polizia, “Vieni via, scemo, hai il volto scoperto, ci sono le telecamere, cazzo fai, vieni!” gli ho detto, l’ho trascinato fino alla Via Meșelik, la più vicina alla piazza. Le ragazze avevano spaccato i marciapiedi della strada, accumulato pietre, ne ho prese due, mi sono diretto verso la strada, lì dove c’erano le bandiere rosse. Trenta metri, ci arriverà?, non ci arriva, se ci arriva si scontrerà contro gli scudi. Ma tirare pietre è così liberatorio che non so come spiegarlo…
Come si spiega, ah, ho trovato, deve avere qualcosa a che fare con la felicità. Mentre il gruppo dell’antisommossa davanti ai TOMA assaltava velocemente il viale hanno cominciato a disperdersi, visto che si avvicinano ne tiro un’altra, forse vale la pena, i lacrimogeni lanciati uno dietro l’altro si levano da terra a destra e sinistra, ho lanciato la pietra, prima di vedere dove sia andata a finire un dolore alla tibia, spinto dal dolore scappo indietro lungo Via Meșelik, mi siedo davanti a un portone, due o tre persone davanti a me mi spruzzano qualcosa sul viso, mi è caduto l’occhio sulla tibia della gamba destra, i pantaloni mezzi strappati, i brandelli bagnati, sangue. Tre metri più avanti una ragazza dai capelli in ottima salute  spruzza idrotalcite nella bocca di Izzet aperta come il didietro di una mucca, dice qualcosa, Izzet con fare timido risponde guardando a terra.
“Izzoo, vieni mi hanno colpito, portami al pronto soccorso!”
“Oh, cos’è successo, ufff. Grazie signora, grazie davvero, devo portare il mio amico al pronto soccorso.”
Mi ha preso sottobraccio. “Hai visto la tipa, come si è presa cura di me? Mi ha pulito l’occhio, grazie tante, si è preoccupata davvero, hai visto amico?”
“Oh, non dirmi che diventi un uomo e a quest’età ti interessi alle relazioni senza tariffa?”
“Ma vaffanculo, sei andato subito fuori strada, si è preoccupata, vuol dire che ha visto dell’umanità in noi, perciò l’ho detto.”
“Come va al ristorante?”
“Come vuoi che vada, da oggi non è venuto un solo cliente, avete fatto casino dappertutto. Doveva venire il gruppo dei religiosi a pranzo, anche loro erano la metà. Mehmet Usta è uscito di testa.”
[…]
Mentre il governo tiratosi indietro dopo aver capito di aver sbagliato tattica elaborava nuovi piani, i ribelli si erano messi a riprogettare il parco che avevano occupato. Ma questa volta dalle macchine costruttrici non usciva un suono, il rumore che da giorni aveva preso possesso del quartiere si era quasi interrotto. Gezi Park, dalle dimensioni di tre-quattro campi da calcio nella piazza Taksim all’entrata della via Istiklal, è praticamente l’unico spazio verde della zona. Ali che portava avanti la lotta dal lato della grande offensiva di Şișli conduceva uno studio di terreno per fondare la biblioteca di Gezi Park. Osservando il parco a cui slogan, canzoni, fischietti, strumenti, luci, applausi facevano da accompagnamento, addobbato con bandiere di partiti, sindacati, associazioni dove il rosso e il giallo erano i colori predominanti, Ali telefonò a via Ince Kaș 50 e chiamò tutti al parco. Raif Bey, Izzet, Emrah, Zeynep, Hurşit, Özlem, Özgür, Hasan e Gülten fecero il loro ingresso tutti insieme. Formazioni politiche avevano piantato tende grandi e grosse, l’elettricità era presa dai pali elettrici del parco, le persone avevano cominciato a visitare le tende. Gruppi LGBTI, Musulmani Anticapitalisti, l’infermeria di medici volontari, la cucina sociale, i kemalisti, i rivoluzionari avevano aperto i loro stand. Hurşit che studiava architettura, dopo aver scelto il terreno disse agli altri il tipo di materiale che bisognava radunare. I materiali descritti venivano rubati dal cantiere per la costruzione del centro commerciale a Gezi Park e trasportati nella biblioteca.
“Finché non sarà chiaro quello che succede non lasceremo la gente senza libri, compagni!” gridava Ali. “Tutti si facciano potare libri, vedrete, salterà fuori qualche libro che può esserci utile.”
Emrah scattò una fotografia, “È stata fondata la biblioteca, i libri servono per essere scambiati, condividete”, scrisse su tweet.
Zeynep si avvicinò a Emrah: “Ieri ho letto la tua poesia su una fanzine, scrivi meglio di tutti loro,” disse.
Emrah sentì un pinguino fargli la tana nello stomaco.
Hasan, “Cioè, ora questa sarebbe occupazione di suolo pubblico?!” rideva.
“Vedrai, ci prenderanno tutti, uno per uno” rispose Özgür.
“Grazie” risponde piano Emrah, “Mi fa piacere. Come ha capito che ero io?”
“Sono anni che ti seguo, pensavi che con uno pseudonimo ti saresti salvato dai lettori attenti?”
Raif Bey parlò di nuovo gridando: “Amore, è venuta benissimo questa impalcatura, sei mezzo armeno per caso?”
“Non lo so, perché, è chiaro chi è cosa? Ad esempio tu cosa sei?”
“Io sono barbaro, amore, barbarooo!” gridò Raif Bey.
Özlem si lanciò: “Quello si sa capo, dicci cose che non sappiamo.”
“Invece di blaterare, venite un po’ a pulire qui, sta venendo gente, su su su. E poi ci serve una tenda, pioggia, sole, vento…” chiuse il discorso Ali.
A Emrah venne in mente la tenda che aveva in casa. “Noi ne avevamo una bella grande a casa, aspetta che chiamo il mio coinquilino.”
Ali si rallegrò: “Oh, amico mio, grande.”
Emrah al telefono parlava con Izzet: “Izzet, sai quella tenda che avevi comprato per spedirla a Malatya? Prendila e vieni al parco, prendila e basta, non farla tanto lunga! Cammina dalla parte della gru bruciata, ti vedo. Su muoviti.”
Prima la gente e gli editori del quartiere, poi da altre zone in molti vennero a portare libri e riempirono la biblioteca. Scattavano foto e le condividevano sui social media. L’opinione pubblica mondiale aveva cominciato a seguire da una parte gli autobus dati alle fiamme, dall’altra i neonati e i libri che giungevano al parco. Una ragazza con una gonna nera, i capelli lunghissimi si avvicinò alla biblioteca con un sacco in mano. Emrah sollevò la testa mentre parlava con Zeynep, guardò la ragazza. La ragazza allungò a Ali il sacco.
“Ho sentito che avete bisogno di manodopera, posso aiutarvi”.
“Certo, entra di qua,” gli rispose Ali indicando l’unico spazio vuoto della biblioteca circondata da pietre.
Poggiò la borsa su una pietra, “Ciao ragazzi, io sono Nazlı.”
Emrah si voltò, “Come va?” disse allungando la mano, deglutì, girando la testa a destra e sinistra come John Travolta si voltò di nuovo verso Nazlı: “Tu come stai?”
“Bene, grazie…”
“Che bella la libreria, chi l’ha fatta?”
“Hurşit, te lo presento. Hurşit, Nazlı; Nazlı, Hurşit.”
Si era presentata a tutti uno per uno. Emrah si era irrigidito, “Izzet non è ancora arrivato, vado a dare un’occhiata,” e dicendolo uscì dal parco incamminandosi verso la struttura di cemento sulla destra. Cominciò a piangere. Il profumo che si era sollevato da Nazlı lo aveva riportato a una notte di pianto di mesi prima. Chiuse gli occhi, si lasciò scivolare giù da sopra il tempo. Vedendo Izzet si asciugò gli occhi con il braccio, i residui dei lacrimogeni rimasti della sera precedente gli finirono di nuovo negli occhi, “Oh cazzo!” mormorò, gli occhi gli bruciavano. “Izzeeet! sono qui!”
Izzet raggiunse Emrah, tra sangue e sudore. “Cosa ci dovete fare con la tenda, eh?”
“Bisogna allungarla sopra la biblioteca, per fare ombra.”
“Ma che biblioteca, è tutto un casino in giro, questo ancora parla di biblioteca!”
“Izzet, è arrivata Nazlı”
“Per quello hai pianto?”
“Macché per quello ho pianto, scemo, mentre mi asciugavo il sudore, il gas sulla maglietta mi è andato negli occhi, maledetto gas, ce l’ho addosso da ieri.”
S’incamminarono. Vedendo Izzet, Nazlı lo abbracciò, “Come va fratello?”
“Tutto bene, te?”
“Come vuoi che vada, lo vedi.”
A capirci di elettricità c’era solo Izzet; fu il primo a bere il tè preparato con l’elettricità del palo a cui si erano allacciati, era stanco.
“Izzet, dimmi un po’ sarebbe questo quello che i curdi chiamano tè di contrabbando?” disse Hasan. Dai muscoli della faccia di Izzet fu chiaro che non aveva capito la battuta.
Gülten e Ali sistemavano i libri. Emrah imbarazzato non sapeva cosa fare, seduto in un angolo, allungò il ginocchio, guardò i punti, avevano una loro estetica.
Zeynep si avvicinò, “Cosa hai fatto?” chiese.
“Mi hanno colpito ieri, il dottore ha messo le graffette.”
Zeynep allungò la mano “Fa male?”
“Un po’,” disse guardando Nazlı con la coda dell’occhio.
Nazlı aveva notato quell’avvicinamento, sollevando in aria il libro che teneva in mano “Giochi Pericolosi, il miglior romanzo di Oğuz Atay, chi lo vuole?”
Uno disse “Lo voglio io!”. Diede il libro al richiedente.
“Il tuo orecchino è rimasto da me,” disse Emrah.
Zeynep si fermò, “Che orecchino?”
Emrah capì immediatamente che l’orecchino trovato in casa non apparteneva a lei. “Una metafora, no? La metafora dell’orecchino.”
Zeynep era perplessa, non riuscì a dare un significato alla frase. “Ora devo andare, ci vediamo eh.”
Zeynep aveva capito tutto, Nazlı aveva capito tutto, Emrah non aveva capito nulla. Si alzò e sventolando per aria il libro che aveva in mano disse: “Questo non lo leggete, è uno scrittore insignificante perché vende tanto!” E rimise il libro al suo posto.
Ali si mise a urlare “Ragazzi, la polizia ha iniziato a attaccare a Beșiktaș, vado a dare una mano, non restiamocene qui mentre loro combattono, chi viene con me?”
“Dove l’hai sentito?” chiese Özgür.
In quel momento una tipa che si era avvicinata alla libreria disse “Ah, Özgür Göreçki, giusto? Mi piacciono molto le sue poesie, che piacere conoscerla.”
Ali, “da Twitter” rispose.
Özgür si rivolse verso la donna, “Grazie mille signora,” La signora aveva l’età di sua zia, si sorprese, “ma dove l’avrà trovato il mio libro?” gli venne da pensare.
“Noi veniamo”, dissero Emrah e Nazlı.
I tre s’incamminarono verso Besiktaș passando da Harbiye. Hasan con il collo chinato sul telefono, faceva scorrere di continuo il dito sullo schermo. […]

Trad. di G. Ansaldo


Succede a Beyoğlu è un romanzo di Cihat Duman pubblicato con il titolo Olay Beyoğlu’nda Geçiyor dalla casa editrice Agora Kitaplığı nel 2018. Diritti riservati per la traduzione italiana ©Kaleydoskop, 2019 (su concessione dell’autore).

Cihat Duman, nato a  Elaziğ nel 1984 è poeta, avvocato e scrittore. Con tre raccolte di poesie all’attivo pubblicate tra il 2010 e il 2014 si è imposto all’attenzione di pubblico e critica per la sua lingua tagliente e la capacità di raccontare il presente di una generazione. Succede a Beyoğlu è il primo romanzo che racconta le proteste di Gezi Park del 2013. Ha collaborato con diverse riviste di letteratura come membro del comitato editoriale. A marzo 2019 insieme all’artista Memed Erdener ha inaugurato una mostra d’arte nella Galleria Studio-X di Istanbul dedicata a sette quartieri della città.

Illustrazione di copertina di ©Vardal Caniş.

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