Turchia, cultura e società

Eren Keskin, l’avvocata dei diritti sotto processo

in Società

Il 14 febbraio è stata indetta la nuova udienza del processo al giornale Özgür Gündem. Il processo, iniziato nel 2016 in seguito a una campagna di solidarietà avviata dai giornalisti contro gli abusi alla libertà d’espressione, ha portato alla chiusura dello stesso giornale. Tra le numerose figure note del giornalismo e dei diritti umani in Turchia coinvolte in questa causa giudiziaria, deve rispondere all’accusa di “appartenenza a organizzazione terroristica” anche l’avvocata Eren Keskin.

Nata a Bursa nel 1959, di origini curde, una gioventù di militanza nel partito marxista-leninista fondato da Ibrahim Kaypakkaya, co-presidentessa dell’Associazione turca per i diritti umani (İHD) dal 1989, Eren Keskin è un personaggio di spicco nella lotta per i diritti umani in Turchia.
Condannata nel 1995 per aver utilizzato la parola “Kurdistan” in un suo articolo dello stesso Özgür Gündem, è stata in carcere per sei mesi. Dopo questa esperienza, con la quale entrò in contatto con molte donne che durante la loro custodia avevano subito violenze sessuali, ha fondato il Centro di sostegno legale contro la violenza e la tortura in carcere, cui si rivolgono tuttora centinaia di donne.
Accusata di nuovo nel 2002 per un discorso tenuto in Germania sullo stato delle torture nelle carceri turche, è stata condannata a dieci mesi per “insulto alle intoccabili forze armate della Turchia”, condanna convertita in pena pecuniaria.
Insignita di numerosi premi in Turchia e all’estero per le sue attività tra cui il Premio per la pace di Aachen nel 2004, il Premio Theodor Haecker nel 2005, il premio IFEX per la liberà di espressione nel 2013 e il premio Hrant Dink nel 2019, l’avvocata è un’immagine iconica della lotta democratica in Turchia.
Nella sua instancabile attività, Keskin è conosciuta anche per la sua immagine, volutamente di rottura con l’immaginario della donna impegnata. In un’intervista al quotidiano bianet del 2013 racconta come da giovanissima militante dell’associazione marxista-leninista di cui faceva parte, un giorno sua madre, di origini circasse, trovandola un po’ pallida, le mette un po’ di cipria sulle guance. Arrivata in associazione, i compagni la chiamano in disparte chiedendole se si fosse truccata e, criticandola pesantemente, la accusano di portare simboli della borghesia. Da quel giorno, per reazione, Eren si truccherà vistosamente ogni giorno, lottando anche contro quello stereotipo. Nella stessa intervista Keskin racconta:
Durante le manifestazioni delle madri del sabato [a fianco delle quali l’avvocata ha condotto una lunga battaglia N.d.A.] ad esempio, i giornali pubblicavano la mia fotografia titolando ‘E tu chi hai perso?’ , ‘Ragazzina vai a fare la modella’, ‘Che c’entri tu con la lingua curda’ e via dicendo. Facevano di tutto per non lasciare le donne occuparsi di politica. In qualche modo la cosa ha molto a che fare con lo sguardo maschilista dominante. La donna creata dal kemalismo è una donna dall’aspetto moderno, che non si interessa troppo di politica, che cammina un passo indietro a suo marito…. Tutto lì. Per la parte conservatrice invece la donna non ha diritto di parola. Per quanto sembrino due visioni opposte, lo sguardo nei confronti della donna è simile”.
Processata attualmente in oltre 140 diverse cause, per le quali sono richieste nei suoi confronti anche le condanne per “insulto al presidente della Repubblica” e “umiliazione del popolo turco”, Eren Keskin è nuovamente coinvolta nella causa del giornale Özgür Gündem.

Per dare visibilità alla nuova udienza, Aslı Erdoğan, indagata nello stesso processo, ha lanciato una lettera di appello inviata a amici e conoscenti e pubblicata da Cécile Oumhani su NouvelObs il 29 gennaio. Ne riportiamo un estratto:

«Come vi ricorderete, sono stata arrestata il 16 agosto 2016 con il pretesto che ero membro del simbolico comitato di consulenza del quotidiano Özgür Gündem, giornale pro curdo, assolutamente legale, insieme ai suoi due capo redattori. Nonostante fossimo solamente parte del comitato consultivo, anche la linguista e critica letteraria Necmiye Alpay è stata arrestata due settimane dopo di me. I capi d’accusa contro di me erano “minaccia all’unità dello Stato” per il quale è richiesto l’ergastolo e “propaganda e appartenenza a un’organizzazione terrorista”, altri quindici anni di reclusione. Dopo quattro mesi e mezzo sono stata liberata ma il processo non si é concluso.
Sono passati tre anni durante i quali il procuratore ha continuato a rimandare il processo. Il mese scorso, un nuovo procuratore ha improvvisamente preso una decisione. Ha chiesto che i capo redattori, oltre a Eren Keskin, presidentessa dell’Associazione dei diritti umani e ex caporedattrice di Özgür Gündem, siano giudicati per appartenenza al PKK (15 anni di prigione). Ha chiesto per me una condanna da 2 a 9 anni, per quattro articoli che ho scritto, accusati di propaganda… La prossima udienza del processo è fissata presto, prima che una vera solidarietà possa formarsi, il 14 febbraio 2020. Faccio appello a voi perché protestiate contro questo attacco alla libertà d’opinione, d’espressione e ancora ben altro…»

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