Turchia, cultura e società

Le notti queer di Beyoğlu

in Società/Spazi

Un tempo Magma poi Milk, Indigo per molti anni è stato il motore della scena elettronica di Istanbul. In questo stesso locale, nella via Tomtom di Galatasaray, Anahit ha invece ampliato la prospettiva divenendo, con l’adiacente Ziba, uno dei luoghi di Beyoğlu in cui poter prendere una boccata d’aria fresca. Anahit, ricordato principalmente per le performance di Dudakların Cengi, ha recentemente annunciato la sua chiusura. Abbiamo parlato con M. Deniz Deniz – che in precedenza gestiva locali come il Leyla Teras e il Leyla Alt – del periodo Anahit, delle trasformazioni di Beyoğlu, della lotta LGBTI+ dalla prima marcia del Pride fino a oggi.

Cominciamo con la chiusura di Anahit. Prima questo posto era Indigo, un locale che ha ospitato nomi importanti della musica elettronica. D’altra parte, con Anahit si è venuto a creare un ambiente diverso e una scena di frequentatori abituali. Che tipo di posto era Anahit, che tipo di vuoto si lascerà alle spalle?
Via Tomtom era già molto vivace e quello stato d’animo non è svanito. Però, piuttosto che fare un qualcosa di simile agli altri locali che abbiamo gestito in precedenza, con Anahit abbiamo voluto creare un altro modello che ci facesse prendere una boccata d’aria, di cui sentivamo la necessità. C’erano due aspetti sui quali ci siamo concentrati ostinatamente. In primo luogo la memoria: ricordare gli spazi che erano stati chiusi, il cambiamento e la trasformazione delle strade. C’era bisogno di creare qualcosa che ricordasse perché, dove e com’era prima. In secondo luogo, rivendicare insieme le nostre vite e i nostri spazi. Per questo abbiamo fatto di “çok ses, çok renk” (molti suoni, molti colori) il nostro motto. Perché ormai i nostri suoni e i nostri colori sono tanti e la combinazione di questi suoni e questi colori è stata il nostro punto di partenza.

Il nome Anahit indica una figura importante nella memoria di Beyoğlu…
Sì, la fisarmonicista Madam Anahit è stata un’istituzione del Çiçek Pasajı. In realtà prima di Beyoğlu c’era Pera e mantenerne viva la memoria è stato determinante. Madam Anahit rappresenta sia il periodo in cui siamo cresciuti e in cui abbiamo vissuto, sia un periodo che conosciamo ma che non abbiamo vissuto. Il nome Anahit, da cui il nome del locale, sta a significare anche la sua vita, il periodo della sua adolescenza. A quel tempo la sua esistenza, il suo essere donna, la sua forza erano molto significative. Non si tratta solo di un periodo che ci appartiene, piuttosto è l’intreccio delle strade, degli edifici, di coloro che ci vivono e delle loro esperienze. Qualunque cosa stia cercando di distruggerci, di cacciarci, di farci sparire, aveva esiliato altri prima di noi. Sono sempre più dell’idea di creare un qualcosa che prenda in considerazione chiunque sia escluso, che ne riattivi il ricordo.

Con la chiusura di Anahit certamente qualcosa verrà a mancare. Perché Anahit non ospitava soltanto musica, di tanto in tanto dava spazio al teatro, e oltre a essere un luogo aperto a differenti tipi di performance, dava lavoro a diverse persone. Due volte al mese si tenevano spettacoli drag queen chiamati ‘Dudakların Cengi’, dove si esibivano almeno 35-40 drag. Anahit era un sostentamento per coloro che si guadagnavano da vivere facendo spettacoli drag. Purtroppo non ci sono molti posti così. Qui tante persone potevano ritrovare se stesse, abbiamo organizzato molte serate di solidarietà. Sarà un’enorme mancanza, soprattutto per la scena queer. Però quello che chiamiamo spazio è una cosa temporanea, la comunicazione tra le persone e la forza della solidarietà invece rimangono. Come un qualcuno che anche in precedenza ha già chiuso diversi locali ho molta esperienza in questo senso. Non sono demoralizzato. Ho conservato la speranza anche nei momenti peggiori. Chiudere è veramente difficile. In effetti a partire da gennaio si faceva sentire la disoccupazione, poi si è aggiunta la pandemia e siamo rimasti chiusi per sei/sette mesi. La vita notturna è appesa a un filo, qualsiasi cosa accada nell’agenda del paese incide con estrema velocità. Tutto il settore dell’intrattenimento è così. Da gennaio siamo stati fermi chiedendoci cosa fare. Ora è chiuso anche il bar Ziba. È veramente difficile sopravvivere. I locali chiudono, ma con la forza della solidarietà possiamo riuscire a riaprirne di nuovi.

Qual è stato l’ultimo evento ad Anahit prima della quarantena?
Subito prima l’evento di Altyazı [associazione e rivista di cinema, Ndt] c’è stato il terremoto e abbiamo dovuto cancellare la serata subito prima che iniziasse. Avevamo già rimandato i concerti di Rewşan e Cümbüş Cemaat. Prima ancora che fosse annunciata la pandemia, le notizie del Covid cominciavano ad arrivare e l’idea di radunare le persone in uno spazio chiuso cominciava a preoccuparci. Non abbiamo avuto il coraggio di organizzare eventi. Quando sono cominciate le restrizioni non avevamo problemi di licenza e avevamo il permesso di rimanere aperti fino alle 22:00. Ma Anahit è un club e il senso di responsabilità per la salute delle persone che sarebbero entrate all’interno del locale è venuta prima della decisione di aprire, dunque abbiamo scelto di chiudere. Poi il virus è cominciato a dilagare. Era difficile pensare di organizzare concerti, feste in uno spazio chiuso. Ma intanto si accumulavano anche gli affitti e le tasse. I dipendenti non riuscivano più ad aspettare, dovevano pensare alle proprie vite. Abbiamo concordato che chiudere fosse la scelta più giusta per la salute di tutti.

La fama di Anahit era in parte dovuta agli spettacoli drag. Com’erano le notti di Dudakların Cengi?
È una storia straordinaria, perché per le persone drag la notte inizia appena si esce di casa. Anche se avevi vissuto uno dei periodi più floridi di via Tomtom, mancava sempre qualcosa. Ecco mancava la “queerità”. Una mia amica drag riguardo Tomtom un giorno mi disse: “è diventata come via Ülker [in passato una via famosa per la presenza di persone trans, Ndt]”. Immagina l’arrivo di quaranta drag queen, tutte sui tacchi alti e con i loro splendidi costumi che prima dell’inizio dello spettacolo invadono Anahit. Era qualcosa a cui le persone non erano abituate, la sensazione di riappropriarci del nostro spazio, della nostra esistenza era incredibile. Anche i commercianti del quartiere che all’inizio trovavano tutto ciò molto strano con il tempo si sono abituati e hanno iniziato a chiedere: “quando è che iniziano gli spettacoli?”. Molti di loro si sono dispiaciuti per la chiusura di Anahit.

Poi, dopo aver superato il podio della strada, cosa succedeva sul palco?
Ci sono state esibizioni veramente fantastiche. Le serate di Dudakların Cengi erano a tema, venivano scelti temi come l’amore, il matrimonio… Trenta quaranta drag si preparavano a seconda del tema della serata. A volte mi sentivo davvero come se stessi guardando una clip su MTV. Tra l’altro lì erano tutti straordinariamente alla pari, dal palco venivano letti quei codici di comportamento che avremmo voluto fossero osservati anche nelle nostre vite.

Che tipo di codici?
Rispettare gli spazi personali, il divertimento di tutti, eliminare le violazioni fisiche e le molestie verso chiunque… Vivevamo uno spazio dove poterci sentirci al sicuro, in cui potevamo tirare un sospiro di sollievo. Quando sul palco venivano lette quelle norme rispetto a ciò che nella nostra vita non avremmo voluto la gente applaudiva. Ho visto fino a cinquecento persone alle performance di Dudakların Cengi e tutti improvvisamente applaudivano, urlavano, allora inizi a pensare: “è una rivoluzione?” (ride)… A Anahit sono state organizzate anche molte serate di solidarietà. Quelle per Pembe Hayat, le feste della settimana del Pride, le serate di GZone e Altyazı, le cerimonie del premio Siyad [associazione degli sceneggiatori di cinema, Ndt] poi ancora proiezioni di film, serate di musica curda, di rebetiko, di underground palestinese. Abbiamo vissuto tante serate che riflettevano il principio che chiamiamo “tanti suoni, tanti colori”. Tuttavia quelle di Dudakların Cengi avevano una rilevanza centrale perché gli organizzatori avevano investito molto su Anahit e si sentiva tanto la loro presenza.

C’è qualcuno che ha cominciato a essere drag con Dudakların Cengi?
Sì. Anche per Dudakların Cengi possiamo dire che è stato un inizio. Tutto è cominciato all’università Boğaziçi, poi Madır Öktiş ha fondato Dudakların Cengi. È lì che per la prima volta ho visto persone drag. Se volevi salire sul palco potevi farlo. Per esempio c’è Dudakların Cengi Açık Sahne (Dudakların Cengi Palco Aperto). In questi eventi sono molte le drag queen e i drag king che si sono esibiti.

Come vivono questo periodo coloro che fanno performance drag? Per un po’ c’è stato il fondo di solidarietà Cengâverler
Il Cengâverler Dayanışma Fonu [iniziativa di raccolta fondi a sostegno dei lavoratori del sesso e dello spettacolo in ambito queer, Ndt] all’inizio non era male ma ora procede molto lentamente. Perché le persone dimostrano solidarietà fin quando dai loro qualcosa. Tra coloro che fanno parte di Cengâverler c’è chi si trova in una situazione molto difficile. Dal momento che la maggior parte dei locali sono chiusi non c’è più lavoro e le realtà che sono rimaste aperte non sono disponibili per questo tipo di performance. Ci sono troppe drag queen che si trovano in una situazione difficile, non possono pagare l’affitto, non possono guadagnarsi da vivere. Tra loro anche studenti che non riescono a sostenersi in altro modo. La maggior parte di noi infatti non riceve sostegno dalla famiglia, non siamo persone accettate.

Anche in passato seguivi la cultura drag nella vita notturna di Istanbul? Il modello di Anahit ha apportato un cambiamento?
Le drag queen fanno parte della vita notturna da molto tempo. Prima però lavoravano in posti che per noi erano abbastanza inaccessibili. Era intrattenimento notturno per locali più costosi e persone con un sacco di soldi. Le drag queen possono avere di per sé un’attitudine politica, ma dal momento che i vari locali non avevano una prospettiva LGBTI+, non c’era in passato una situazione che alimentasse una vera e propria presa di posizione politica. Oggigiorno le drag queen sono persone che riproducono una prospettiva queer, che agiscono secondo un’argomentazione politica, che sono all’interno delle politiche LGBTİ+, che lottano, che quando arrivano in un posto vengono fermate (dalla polizia), che vengono picchiate. Le drag queen esistono realmente nella vita quotidiana. Come drag, puoi uscire di casa, andare in un bar e bere qualcosa, vivere la serata come una normale cliente oppure andarci con una seria attitudine politica. In passato, dopo essere scesa dal palco ti pulivi il trucco e continuavi la tua vita, era una situazione mossa dalle necessità economiche. Ma ora essere una drag è un’altra cosa, si porta dietro davvero una presa di posizione, la solidarietà, la riappropriazione. Da Dudakların Cengi sono fuoriusciti anche altri gruppi come per esempio Şendullar. Ne sono nati altri ad Ankara e Izmir. Prima era un intrattenimento per clienti, uno show, un’imitazione. Quando andavamo lì le drag facevano le imitazioni di Bülent Ersoy, Seda Sayan. Ma adesso c’è un incremento del fattore artistico. Ci sono drag queen che fanno album, canzoni, che scrivono, dipingono, sono nel mondo dell’arte.

Non possiamo proseguire senza prima citare Huysuz Virjin. Una personalità poliedrica, senza compromessi.
Ovviamente non si può non menzionare Huysuz Virjin. Essere accettati dalla società è una cosa difficile. Si deve lottare, ci vuole coraggio, è davvero molto difficile. Da questo punto di vista Huysuz Virjin ha fatto un lavoro davvero coraggioso, ha aperto la strada a molte altre persone. Se questo non si capisce non si può capire la questione drag queen in Turchia. Le è stato vietato di apparire in TV fino alla sua morte, ed è morta quando era ancora bandita dalle scene, purtroppo.

Le drag sono state in prima linea a İstiklal Caddesi nelle marce più partecipate del Pride
È indimenticabile il cartellone di Seyhan Arman nel Pride dell’anno di Gezi “Ci hanno detto che c’era l’opera barocca, eccoci”. È molto importante che anche le drag queen che seguiranno continuino a mostrare la loro presenza. Questo significa rompere gli schemi, infliggere una spina nel fianco alle identità di genere imposte. Allo stesso tempo, la rottura di questi schemi dipende anche delle persone che ci sono vicino, che lottato insieme a noi.

Anahit non è stato il primo posto che hai gestito, vero?
Ho lavorato, diretto e gestito molti locali. Fatta eccezione per i lavori minori, ho iniziato a lavorare nella vita notturna al Leb-i Derya. I sette, otto anni che ho trascorso lì coincidono anche con l’apertura delle terrazze a Beyoğlu. Dopo Leb-i Derya ho aperto un locale a Cihangir che ora si chiama 21. Ma abbiamo avuto dei problemi e non siamo riusciti a usare il giardino. Poi è arrivato il divieto di fumare all’interno dei locali. A quel tempo non era vietato mettere i tavoli fuori. Le strade erano piene, ma il nostro locale non andava bene. Poi l’ho lasciato e è stata la volta del Leyla Teras. Lo gestivano prima Yavuz (Atan) poi la cerchia dei Bandista, dopo Alper (Bakıner) dei Luxus. Una notte andai lì per dare una mano e il Leyla Teras è rimasto a me per sette anni…

Il Leyla Teras a Mis Sokak era un posto minuscolo, ma era affollato e si ballava molto. Sono stati fatti concerti molto belli…
Un giorno ho ricevuto una telefonata, un’amica mi disse: “Viene Joan Baez, chi suona stasera?”. Ho risposto “Stai scherzando?”. “Sì, sta cercando un posto underground dove andare dopo il suo concerto a Istanbul, e mi sei venuto in mente tu”. Le risposi: “C’è un gruppo, ma è la prima volta che fanno un concerto, non hanno molta esperienza”. Alla fine è arrivata davvero! Ho una foto mentre ballavo l’halay sul tavolo con Joan Baez sulle note di “Keçe Kurdan”! (ride). Leyla era un posto pieno di sorprese. Un giorno arrivarono uomini molto alti. Mentre dicevo “Mio Dio, chi sono questi?” si scopre che erano musicisti americani dell’Opera che suonavano nel musical ‘Ghost’. Quella sera c’era una jam session e loro presero i microfoni. È stata una notte meravigliosa. Ci sono state anche molte altre serate di solidarietà. Per la Özgür Kazova (fabbrica occupata di Istanbul, Ndt), feste LGBTI e tanto altro… Leyla anche in questo senso era un posto che dava soddisfazioni, ma col tempo ci siamo stufati della musica simil queer e nello stesso palazzo è iniziato contemporaneamente il periodo del Leyla Alt. Mi ricordo molto bene i momenti in cui chiudevamo le porte e dentro ci sentivamo così liberi. All’inizio non c’era nessuno, non veniva nessuno, mi sono detto “resistiamo”. Üzüm con cui lavoravo a Alt stava seduta al bancone annoiata. Le dicevo continuamente “sii paziente, qualcosa succederà”. Ora Üzüm gestisce Şahika Teras, un posto fantastico, anche questo molto importante… A quel tempo il Leyla Teras era sovraffollato e le persone queer dal momento che sopra c’era troppa gente, scendevano al Leyla Alt. Poi all’improvviso è esploso. Quando penso ai posti che ho gestito finora, credo che l’unico posto che definirei completamente queer è proprio il Leyla Alt. Nei primi periodi ci sentivamo veramente liberi.

Alla fine degli anni ’90, i ragazzi ricchi e quelli della classe operaia potevano incontrarsi negli stessi posti, essere amici e ballare insieme. Poi i locali si sono gradualmente diversificati, per esempio chi studiava nelle università private frequentava altri posti.
Sì, c’è stata una forte differenziazione delle persone a seconda della classe sociale. Allo stesso tempo anche i posti dove andare a ballare e a sentire musica erano diminuiti. Nei primi tempi in cui ero arrivato a Istanbul, venivamo a Beyoğlu effettivamente per ballare. Quando si ballava nessuno importunava nessuno, nessuno occupava lo spazio altrui. Venivamo davvero per ascoltare la musica. “Gel yaşa” [Vieni a vivere!] Beyoğlu era un posto così. Ora è diventato “vieni, mangia, bevi, consuma, vai al letto, dormi”. Beyoğlu oggi sembra dire semplicemente: consuma, vai e stai zitto. Ti viene offerto qualsiasi cosa. Ci sono anche le trattorie più economiche che puoi trovare. Siediti davanti a un narghilè o in un bar, ascolta la tua musica… Più alto è il tuo livello intellettuale, più sei pericoloso per qualcuno, quindi tutto ciò di cui ti alimenti ti viene tolto dalle mani e portato via. Librerie, cinema, teatri, gallerie sono stati chiusi per questo. C’è un ordine basato sul saccheggio, sulla distruzione di ogni spazio che le persone potrebbero facilmente raggiungere, dove potrebbero pensare, migliorare se stesse. Ma esiste anche un modo per rivendicare la propria esistenza. Tipo ostinarsi a fare la spesa nei piccoli alimentari, far cucire quei pantaloni dal tuo sarto. Ad esempio, a Galatasaray c’era un uomo che aggiustava trapunte bucate, è scomparso. Devi difendere tutta la tua esistenza, l’equazione passa dal non trascurare il droghiere di quartiere. Un amico una volta mi chiese: “Quand’è che ti stancherai di Beyoğlu?” Gli ho risposto: “quando chiuderà Aslıhan Pasajı”. Trascorro in quel posto minimo una/due ore al giorno. Aslıhan Pasajı, insieme alle librerie di seconda mano che ci sono dentro, è uno di quei due o tre posti che non cambiano, non si trasformano e preservano la propria esistenza. È senza dubbio il cuore di Beyoğlu. Penso che la mia percezione di questo quartiere cambierà quando la galleria Aslıhan Pasajı verrà chiusa. Dopotutto, è necessario reclamare un tuo spazio. Te ne puoi andare, ti puoi trasferire altrove, ma è necessario che dimostri la tua presenza. Ma a volte sì, trascuriamo anche noi quei posti che riescono a sopravvivere. Per quanto riguarda Beyoğlu, penso che tutti coloro che dissentono debbano cercare le proprie risposte. Io sto cercando di rispondere in base al luogo in cui mi trovo. Penso che dovrebbero farlo tutti. Se lo facessimo tutti, credo che qualcosa potrebbe succedere di nuovo. Non sto facendo un paragone con quello che era prima, con quello che c’è stato, non si tratta del ritorno di Beyoğlu agli anni ’90 e 2000. Parlo di uno spazio, uno spazio vivo. Quando tutti si daranno una risposta, quella sarà effettivamente una risposta di Beyoğlu. Quando rialzeremo di nuovo la testa dove l’abbiamo abbassata ci sarà un enorme quartiere e una vita che ci aspetta.

Recentemente è emerso dalla stampa che le forze dell’ordine, per intimidire i commercianti di Kadıköy, hanno detto: “Abbiamo messo fine a Mis Sokak, metteremo fine anche a questo posto”. 
Sì, si sente dire spesso. Proprio come diciamo che Beyoğlu è il cuore di Istanbul, il cuore di Beyoğlu per un po’ di tempo è stata Mis Sokak. Abbiamo letto lì il comunicato stampa della prima settimana del Pride nel 2003. Conosco bene la loro rabbia contro Mis Sokak, ne sono un diretto testimone. Ero anche uno che lavorava a Mis Sokak. Quando per la prima volta ho sentito quelle parole da parte della polizia ho detto: “Per fortuna ora lo dicono a voce alta”. Perché è seriamente in atto una politica di distruzione, di annullamento. A Mis Sokak mentre bevi e ti guardi intorno vedi pattuglie ovunque. Durante gli orari di chiusura ti dicono “Forza, chiudi!”. Come se ogni giorno ci dovesse essere un’azione, una situazione eccezionale. L’ultima volta ho detto che presto avrebbero potuto allestirci una stazione di polizia. Purtroppo Mis Sokak è sotto pesante assedio.

Secondo te qual è stato il colpo più grande sia per la vita notturna che per Beyoğlu?
È una storia lunga ma con la trasformazione di Asmalımescit ho iniziato a pensare che qualcosa stesse realmente cambiando. La chiusura del Gramofon in piazza Tunnel è stato l’inizio di tutto. Dopo Asmalımescit, i divieti dei tavoli per strada sono stati estesi ​​a tutta Beyoğlu e in tutto il paese. Molti dei posti in cui abbiamo trascorso la nostra giovinezza e parte della nostra vita hanno iniziato a chiudere. Poi quando è stato messo in mezzo il capitale ho pensato “questa non è più Beyoğlu”. Per esempio, se un libraio di seconda mano pagava un affitto di 500 TL e nel frattempo gli affitti stavano salendo a 5000 TL come era possibile resistere a lungo? I luoghi dove abbiamo trascorso l’adolescenza ora sono diventati Collezione, Simit Sarayı, catene di negozi con sei filiali solo lungo l’İstiklal… La ristrutturazione del palazzo Narmanlı Han è deplorevole e mi spezza il cuore vederlo così. Come dimenticare che gli alberi di İstiklal sono stati sradicati? L’ho visto tra l’altro a Narmanlı, al posto del glicine hanno messo i fiori finti, le rose. Togliere i gatti per metterci delle sculture che li rappresentano, rimuovere i fiori veri e sostituirli con quelli finti sono scelte che descrivono molto bene le attuali politiche del paese. L’apertura del centro commerciale Demirören, la chiusura del cinema Emek, l’apertura del Grand Pera… Al di là del governo conservatore, in realtà l’intera storia è connessa al capitale. Molti artigiani che conosco hanno dovuto lasciare Beyoğlu e chiudere i negozi. Ormai è emerso un nuovo modello di commerciante. Un volto che scuote e distrugge la fiducia di Beyoğlu. Un uomo che aspetta con un bastone in mano i ragazzi che scendono a Haydarpaşa e vengono coraggiosamente a Beyoğlu. Domina ormai la politica della paura. Mentre le strade e i luoghi che amiamo si trasformano, non possiamo alzare la voce. Sappiamo già cosa ci aspetta se proviamo a farlo. Ora il negoziante collabora con lo Stato, è un tipo che durante il Pride insegue la gente con i bastoni in mano. In passato, quando camminavamo per strada c’era qualcuno che ti veniva contro, certo, ma nessuno ti toccava. Adesso ti minacciano, ti attaccano direttamente [Continua…]


Prima parte dell’intervista di Merve Erol e Ayşegül Oğuz a M. Deniz Deniz uscita in originale su 1+1 Forum.

Traduzione di Carlotta De Sanctis

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