Turchia, cultura e società

Mela

in Racconto/Scritture

Un racconto di Faruk Duman

Un tempo, una mela stava davanti alla finestra. Era una mela grossa, prematura. All’inizio di luglio faceva caldo, entrava nelle case come un ospite dell’inferno. Poi quel caldo entrava nei bambini che piangevano in cima alle strade, nelle donne dal petto generoso che bagnavano le pietre del cortile. Senza badare ai lavoratori del turno pomeridiano con la lingua di fuori, diventava un odore opprimente. Si diffondeva sornione. Era l’odore di luglio, la mela a quel tempo rovesciava i boccioli bianchi cresciuti dentro le foglie. D’improvviso si schiudeva. Schiudendosi così attendeva che passassero i giorni prima di essere un grosso, rosso, stanco frutto vizzo, per conto suo. Senza tempo quel suo odore. Era l’odore dei semi quello, crepati. E il vento poco vorace di luglio lo prendeva e si portava come un dono dell’inferno nelle case in cui era ospite, un marchio. Quando lo si sentiva mia madre sollevava la testa da tanto daffare e diceva che si stava avvicinando la stagione delle mele. E io non resistevo, andavo e staccavo via dal giardino di Ilyas una mela grossa, prematura, alla fine di luglio.

Aspra quella mela, era messa davanti alla finestra, perché fosse bersaglio dei raggi gialli del sole, perché arrossisse.

Trascorrevo il mese di agosto dentro casa, languido e senza gioia. La strada si impolverava. Si impolverava così tanto che poi erano freni a scatto delle biciclette, erano tappeti sbattuti dalle donne davanti alle case. Che, sbattuti quei tappeti, avanzavano con un’aria profonda e minacciosa come i passi di un esercito lontano. E quell’esercito di sbattitrici di tappeti col tempo si era fatto anche un generale, ovviamente, Zübeyde. Che stabiliva l’ordine da mantenere. Che spiegava come le mani dovessero afferrare lo scudo durante la marcia per la vittoria. La più corpulenta tra loro.

Eh, con ciò agosto smetteva di essere agosto e si trasformava in un attacco di polvere fatto di rabbia, giallo. E questo, tanto tanto, poteva essere la reclusione del sole sulla terra. Recluso era quel caldo, che stava fermo in una nebbia color polvere, appeso.

Così io gironzolavo silenzioso per casa, entravo in una stanza, uscivo da un’altra. E le stanze della casa si offuscavano per la polvere che filtrava, trasformandosi al richiamo della preghiera in una moschea abbandonata. Così penetrava la luce. Formava dei cerchi sopra il tappeto. E la polvere ruotava dentro di quei fasci di luce. Poi scompariva. I colori sbiadivano. Un fumo torbido, bluastro, pallido all’interno.

Mio nonno allora, un cuscino, si sedeva, una preghiera mozzata sulle labbra, oh, diceva, ma è l’ora della preghiera? Devi farla quando ti va, è una buona azione!

E c’era l’aglio, invadeva l’ambiente. Si era trasferito in casa a grappoli. A crocchia. Battuto all’interno del mortaio a crocchia, così lo chiamavo. E con quell’odore io mi ritrovavo di fronte alla finestra di cucina. Alla mela.

I raggi gialli del sole di agosto. Battevano strani nei sulla pelle della mela.

Sapevo che quei nei grandi e piccoli, col tempo, non più una sola macchia, sarebbero aumentati, di tutti i colori. E sapevo anche che non sarebbero ingranditi. Un mare di lentiggini sulla superficie. Sapevo che quella sarebbe stata la sua fame. Credevo in questo, che ognuno di quei puntini fosse presente anche su ogni seme della mela. E venuta la stagione, quella cosa sarebbe cresciuta, si sarebbe ammorbidita diventando dolce, acquosa, profumata, paradisiaca.

Un tempo Ilyas continuava a ripetere che quell’odore era l’odore del paradiso.

Così era la mela, davanti alla finestra un po’ rammolliva, un po’ arrossiva. Più che altro si faceva rosa. Io prendevo e aspettavo da suo pari che diventasse rosso sangue. Ma non succedeva. Sedeva di fronte alla finestra e somigliava alla giovinezza perduta di mia zia. Ovvero sotto agosto, col tempo rilasciava il rosa che aveva acquisito, si trasformava in una tristezza pallida, senza forza. E lì stava ferma, mancante, mutevole come le spade dorate che ad ogni ora del giorno si trasformavano in qualcosa di diverso.  Ed erano gli occhi dunque, che brillavano e si spegnevano. Vedeva la strada. I bambini ricoperti di polvere nell’interno, in profondità. Le ragazze coetanee tra loro con i capelli intrecciati. L’esercito delle sbattitrici di tappeti e le loro mazze sul tappeto. Uno scudo. Poi la discesa della mazza su quello scudo a frange. E ad ogni colpo, quei soldati dal petto enorme. E pure i loro tremiti coraggiosi. Il frastuono a frange del tamburo. E quel frastuono che si confondeva sul collo di ogni cervo, in ogni richiamo di gazzella ricamati sul tamburo, in ogni voluta del ballatoio della moschea. La scomparsa davanti ai suoi occhi. La polvere gialla, il flusso delle automobili al suo interno. La dispersione. Poi la caduta gentile di una foglia. E certo, la durata di quella caduta lunga delle ore.

Si svegliava di primo mattino, si vestiva e preparava con un’abitudine del tempo. Eppure erano anni, per dirla come mio padre, che non era uscita sulla pubblica piazza una sola volta.

All’inizio di settembre ecco, guardava fuori con quella guancia scarlatta, e con quelle macchie scure trasformatesi in un mare di lentiggine sul volto. E agosto dalla spade dorate che aveva lasciato il posto alla bruma di settembre si era accumulato in lei, e come lo riflettesse fuori, lasciava immerso nello stupore chiunque guardasse. Davanti a casa nostra passavano uomini con le mani tra i baffi. Ma nessuno di quegli uomini dai baffi folti la vedeva.

Stava la mela, alla fine dell’estate l’acqua si era ormai ritirata, con quel rosa pallido sul volto.

 

Trad. G. Ansaldo

 

Mela è un racconto di Faruk Duman pubblicato con il titolo Elma nella raccolta Keder Atlısı pubblicata da Can Yayınları nel 2004.

Diritti riservati per la traduzione italiana, ©Kaleydoskop, 2018 (su concessione dell’autore). 

FARUK DUMAN è nato nel 1974 a Ardahan in provincia di Kars. Laureato in mestieri del libro alla prestigiosa facoltà Dil ve Tarih-Coğrafya dell’Università di Ankara, ha pubblicato otto raccolte di racconti, quattro romanzi, saggi e libri per l’infanzia, e ha ricevuto i maggiori premi letterari per il racconto e per il romanzo (Orhan Kemal 1998, Sait Faik 2000, Haldun Taner 2004, Yunus Nadi 2010, Necati Cumalı 2015). I suoi primi racconti sono stati pubblicati dal 1991 su diverse riviste come Yazıt, Damar, PapirüsAdam Öykü. Curatore del giornale di racconti inediti Öykü Gazetesi assieme a Ercan Y. Yılmaz e Zeynep Gülcin è stato a lungo editor della casa editrice Can. La raccolta qui presentata è stata insignita nel 2004 del premio per i racconti dedicato a  Haldun Taner.

 

Illustrazione di copertina ©disegnipanici per Kaleydoskop

 

 

 

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