Turchia, cultura e società

Hrant Dink: la memoria come atto politico

in Schermi/Società

Il documentario Hafıza Yetersiz (Memoria insufficiente) di Ümit Kıvanç è un passo di importanza fondamentale per scolpire Hrant Dink nella memoria collettiva. Le immagini e i suoni d’archivio presenti nel film rendono Hrant parte della memoria collettiva o culturale dal valore inestinguibile.

Ahmet Ergenç


Sono passati 15 anni dall’uccisione di Hrant Dink.
Negli anni passati i suoi amici, con tenacia e delicatezza, hanno continuato a commemorarlo ogni anno il 19 gennaio, e in tutto questo tempo, seppur non sia stata fatta giustizia, almeno è successo che il 19 gennaio chi si è ritrovato nel sogno costante di fare i conti con il passato e vivere ‘giorni migliori’, insistendo nel ricordo, non ha permesso che le esperienze venissero dimenticate. Non è cosa da poco. Si sa che la lotta per la memoria è una vera e propria battaglia politica. Poiché le società si fondano tanto su ciò che ricordano quanto su ciò che non ricordano, hanno il potere di cambiare la propria trama.

Ümit Kıvanç realizzando Hafıza Yetersiz, in ricordo di Hrant Dink, compie un passo ulteriore in questa lotta critica per la memoria. Nel documentario Kıvanç fa qualcosa di molto significativo: crea un collage formato dalle centinaia di discorsi di Hrant Dink, rivelandoci un Dink in carne e ossa che sembra parlarci direttamente. Un collage che risponde in maniera dettagliata, profonda e fervida, alla domanda “Qual era la preoccupazione di Hrant Dink?”. Un collage della memoria.

Il bello di questo lavoro è che Hafıza Yetersiz non si presenta, nei confronti di questa memoria, con la freddezza e la distanza di un archivio, ma somiglia piuttosto a una conversazione. È come se Hrant parlasse con noi, seduti allo stesso tavolo. Seguire il documentario mi ha permesso di aggiungere un nuovo aspetto al Hrant che conoscevo soprattutto dalle fotografie e per i suoi scritti: un Hrant Dink vivo, che parla, che spiega coi suoi movimenti e i suoi gesti. Kıvanç ha spiegato così una delle ragioni che lo hanno spinto a realizzare il suo lavoro:

“Hrant era un uomo che parlava. Ciò che rimane di lui non potevano essere solo testi scritti. Le persone dovevano sapere come discuteva, come raccontava. Chi non l’ha conosciuto doveva ascoltarlo”. [1]

Sì, essendo ‘qualcuno che non l’ha conosciuto’, guardando il documentario ho sentito quella sua straordinaria energia, la sua autenticità, la sua propensione al contatto/confronto, quel suo essere ‘qui e ora’, e ancora più importante, l’incontenibile entusiasmo che toccava ogni aspetto della sua vita. Come se avessi trascorso con lui una lunga giornata, o un lungo viaggio… Le immagini e i suoni che Kıvanç ha aggiunto a questo archivio vocale offrono anche metafore audiovisive che rafforzano il modo di Hrant Dink di essere in contatto con ogni cosa in qualsiasi momento spiegando l’argomento con grandi metafore che accentuano l’affezione e il pathos del film.
Guardando il documentario ci si accorge che non c’è un singolo tema che Hrant non abbia affrontato durante la sua vita. Come se avesse raggiunto ogni luogo, dialogato con chiunque: da vero maestro di parresìa [2], ha dato voce, con straordinaria franchezza, alle richieste di uguaglianza e memoria ovunque. Sulla violenza sociale, le minoranze, la storia, la lingua, i diritti umani, le leggi internazionali, la violenza dei governi, la libertà di espressione, la guerra, la pace, i confini, i genocidi e su tutte le altre questioni minori e maggiori c’era una parola da parte di Hrant: questo è ciò che vediamo nel film. Non si può fare a meno di utilizzare l’espressione ‘intellettuale a tutto tondo’ per definire la vocazione di Hrant Dink ad affrontare ogni aspetto dell’arena sociale. Hrant era un intellettuale engagé che si interessava anche di ‘questioni che non lo riguardavano’ per dirla con Sartre. Vedere Hrant Dink nel film, mi ha ricordato molto Yaşar Kemal e il suo modo di meravigliarsi e di abbracciare la vita con profondo entusiasmo, e William Saroyan, che viveva e scriveva con altrettanta passione.[3]

Questo documentario di Kıvanç è un passo di importanza fondamentale per scolpire Hrant Dink nella memoria collettiva. Le immagini e i suoni d’archivio presenti nel film rendono Hrant parte della memoria collettiva o culturale dal valore inestinguibile.
Le immagini e i suoni hanno una forza particolare, bisogna ammetterlo. Un documentario riguardante un periodo o una persona può trovare maggiore spazio nella memoria collettiva. Se non altro, a differenza dei libri e degli scritti, offrendo una rappresentazione che si può seguire collettivamente, i documentari sono un potente strumento di memoria comune. Ümit Kıvanç ha realizzato qualcosa di simile a quanto fatto nel documentario girato per Ahmet Kaya. Anche lì, è venuto fuori un ritratto di Ahmet ‘vivente e parlante’ composto da immagini d’archivio, il documentario è stato utilizzato come paloscenico per testimoniare la presenza individuale e sociale di Ahmet Kaya. Se qualcuno chiedesse ‘Chi era Ahmet Kaya?’ quel documentario dà l’impressione che sia lui a rispondere personalmente, esprimendo i suoi pensieri, innescando una rivoluzione di sentimenti. E anche quel documentario ha trovato posto nella memoria collettiva.[4]

Vi è un ulteriore, salvifico, passo avanti, compiuto rispetto alla percezione di Hafıza Yetersiz, di Hrant Dink e di tutti i valori da lui incarnati.
Nel documentario, centinaia di volte, rivediamo il volto Hrant Dink e la sua mimica. È importante vederlo in faccia, così vicino e vivo, poiché le dinamiche di violenza nei confronti dell’altro, in un certo senso, sono fondate sulla ‘negazione o cancellazione di un volto’. Riprendendo le parole di Levinas che si è occupato molto della questione dell’altro e dell’etica, “essere in relazione con altri a faccia a faccia, significa non poter uccidere”.
Ho già scritto in un altro articolo dell’importanza politica della questione del ‘volto’, quindi permettetemi di autocitarmi: “Chiunque definiate ‘altro’, può essere ucciso, e di conseguenza può non essere rimpianto, e per dare validità a questo approccio bisogna in un certo senso che cancelliate il suo volto, che lo rendiate anonimo”.
Per questo i governi violenti, o usando un’espressione di Ece Ayhan, i fondatori della ‘comunità oscura’, supportano questa amnesia sociale. E per la stessa ragione si oppongono all’erezione di monumenti per le vittime di violenza o all’apertura di musei con immagini d’archivio. Si tratta di una lotta per la percezione: ogni gesto che renda visibile il volto di una persona (la sua soggettività, la sua unicità, eccetera) è un’azione che si oppone all’azione di distruggere; un gesto di restituzione ontologica e politica. I documentari che mostrano o ricordano ciò che non è stato esposto, sono sempre strumenti efficaci di restituzione.

Possiamo riflettere, insieme, sulla questione del ‘volto’ come narrazione. Trovandovi faccia a faccia con qualcuno, cioè confrontandovi, avete la possibilità di sapere come questa persona si racconta nella sua lingua, come definisce la sua identità attraverso la sua esposizione. Ricordiamoci che Hayden White, autore di uno dei testi più critici relativi a storia e racconto, ha detto che “se non c’è possibilità di narrazione il significato è assente”. Le persone a cui non è concesso di mostrare il proprio volto o raccontare la propria storia sono condannate a un vuoto storico, a un’assenza di significato. E in questo vuoto ogni sopruso e nefandezza è possibile. Hrant Dink, con ciò che ha detto e scritto, ci ricorda del vuoto storico che cercava di colmare, e in questo documentario i vuoti del suo racconto si colmano con le sue parole. Un garofano di mano in mano (riferimento alla poesia Yerçekimli Karanfil di Edip Cansever, ndt).

C’è un’espressione ricorrente tra i vari argomenti che Hrant Dink discute nei filmati: “Non ne ho diritto?”. Hrant Dink, con quel tono schietto e diretto, si pone spesso questa domanda: non ho diritto di vivere liberamente in questa nazione, in quanto armeno? Non ho diritto di chiedere il conto per quanto vissuto in passato? Non ho diritto di essere equamente accettato come cittadino? Non ho il diritto di salvaguardare la mia lingua madre? Non ho il diritto di chiedere che le minoranze non vengano viste come un problema per la sicurezza o come un nemico? Non ho libertà d’espressione? Si chiede tutto ciò come fa Agamben nel suo concetto di ‘vita nuda’: non ho il diritto di liberarmi dell’homo sacer o del figlio adottivo che può subire violenza in ogni momento, e diventare un soggetto politico e culturale uguale?

Sono dell’opinione che riflettere su queste domande poste con estrema lucidità, oltre a costituire una “responsabilità intellettuale”, sia uno spunto di riflessione utile a tutti. Memoria insufficiente è un’ottima occasione perché ci si impegni a riflettere. Inoltre, ascoltando tutta la questione da Hrant Dink, ci si sente pervadere da una sottile tristezza che s’intreccia a un certo ottimismo, un entusiasmo che scaccia via le nuvole nere. Se esiste la politica dei sentimenti, questo sentimento così vitale e entusiasta è senz’altro politico. Ogni voce che riporti in vita tale sentimento è a tutti gli effetti un atto politico. Ti ascoltiamo, fratello. Ahparig, racconta.


[1] cfr. Yetvart Danzikyan, Hrant Dink için bir ‘Neyin kıymetini bilemedik…’ filmi”Agos.

[2] Foucault utilizzava il termine Parresìa, che in greco antico significa “dire tutto” come metafora per definire il compito dell’intellettuale. Cfr. Nazile Kalaycı, ’Doğruyu Söylemek’: Hakikat, Eleştiri ve Toplumsallık”, e-skop.com , testo utile riguardo a questo tema.

[3] A tal proposito, ricordiamo Saroyan Ülkesi, il documentario in cui Lusin Dink racconta il viaggio di Saroyan da New York all’Anatolia. Anche questo film rientra nella memoria collettivo-individuale.

[4] Kıvanç avrebbe creato qualcosa di simile a un cortometraggio per Tahir Elçi, che condivideva la stessa afflizione politica di Hrant Dink. Spero che un giorno ne realizzi la versione integrale.

L’articolo di Ahmet Ergenç è apparso sul portale K24 il 25 gennaio 2022.

Traduzione di Fabrizia Vazzana e redazione.

 

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